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Joe D'Amato, regista polimorfo, nei ricordi del critico cinematografico Fabio Melelli. Venne anche a Perugia, girò a Palazzo Gallenga

In Umbria, a Forca Canapine, aveva girato uno dei suoi migliori film da regista, “Giubbe Rosse”, ambientato nel Klondike

Aristide Massaccesi (Joe D’Amato) nei ricordi del massimo critico cinematografico Fabio Melelli.

L’occasione ci è fornita dalla notizia del documentario dal titolo “Inferno rosso. Joe D’Amato sulla via dell’eccesso”, di Manlio Gomorasca e Massimilianno Zanin, presentato da Nicolas Winding.

Fabio, cosa ti ha raccontato D’Amato?

“Mi raccontò di aver scelto il suo pseudonimo più famoso, Joe D’Amato, quando si rese necessario l’utilizzo di un nome “esotico” per firmare la regia di “Giubbe rosse”, film che poteva vantare un discreto budget e una star come Fabio Testi. Era l’epoca in cui si stavano affermando i registi italo-americani, come Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e Michael Cimino, e perciò Aristide scelse un nome che potesse richiamarne la memoria. Il cognome divenne D’Amato, perché quel giorno il calendario riportava Sant’Amato”.

D’Amato realizzò spaghetti western, decamerotici, porno e splatter. Ma è diventato famoso per i suoi “luci rosse”

“Massaccesi era stato uno dei primi a realizzare film per il mercato delle luci rosse, in un periodo pionieristico, in cui queste produzioni in Italia erano considerate fuorilegge”.

E come fece a ottenere il visto di censura?

“Mi raccontò: «Il trucco era mandare in censura un film diverso da quello che poi sarebbe stato distribuito nelle sale, in cui le scene più “calde” venivano sostituite da lunghe inquadrature di albe e tramonti. Naturalmente – precisava – noi insistevamo per avere il divieto ai diciotto, in modo tale da rendere il film appetibile per l’utenza delle sale a luci rosse, i cui operatori, insieme alla copia passata indenne dalla censura, ricevevano delle scatole con gli inserti hard, da collocare in punti specifici della pellicola». Era un trucco che funzionava sempre”.

Inventò il genere hard in Italia, vero?

“In un suo film sexy, “Emanuelle in America” è presente quella che viene considerata la prima scena hard in un film commerciale italiano. Enrico Biribicchi, suo assistente operatore, in seguito operatore “vaticanista” della Rai, mi disse che tutto nacque casualmente, dalla inaspettata “reazione” del partner dell’attrice impegnata nella scena, la famosa Marina Frajese. A quel punto la troupe si fermò e si rivolse al produttore, presente sul set. «Che facciamo?», chiese in coro la troupe. «Andiamo avanti con la ripresa, la teniamo per il mercato estero», rispose il produttore”.

Massaccesi, un artista artigiano d’altri tempi, vero?

“Aristide era un vero artigiano del cinema, in grado di seguire il film dall’inizio alla fine: produttore, sceneggiatore, direttore della fotografia (nasceva operatore alla macchina e faceva parte di una storica famiglia di elettricisti e macchinisti del cinema, il cui capostipite era stato il padre Renato), regista e montatore. Nel suo ufficio in Via Tito Speri - spazio che divideva con la socia e insostituibile collaboratrice Donatella Donati - teneva diverse moviole, che gli permettevano di editare contemporaneamente anche un paio di film. Alla fine degli anni Novanta era praticamente rimasto l’unico in Italia a utilizzare ancora la pellicola 35mm per i film pornografici”.

Era orgoglioso, o si vergognava, di questa fama di settore?

“Non era contento di essere diventato un regista dedito esclusivamente alle luci rosse: «Ma è quello che chiede il mercato!”», rispondeva, quando gli facevo notare che stava sprecando il suo talento di cineasta tecnicamente tra i più preparati, autore di thriller e horror considerati già all’epoca, negli anni Novanta, dei veri e autentici cult-movie (“Antropophagus” e “Buio Omega” i più celebrati). Non assumeva atteggiamenti da artista. Era anzi uomo molto fatalista e direi anche disilluso, che spariva volentieri dietro i suoi film… Infatti credo che possa vantare il record assoluto di pseudonimi per un solo regista!”.

Hai un aneddoto particolare da raccontarci?

“Sulla sua scrivania, un giorno che lo andai a trovare per un’intervista, vidi decine di fascicoletti di poche pagine che riportavano sui singoli frontespizi i titoli dei suoi più recenti film hard. «Aristide, queste sono le liste dei dialoghi per la censura?». «No, sono proprio le sceneggiature! Non è che mi metto a descrivere i particolari degli atti sessuali, per questo hanno poche pagine e descrizioni sommarie», mi rispose tranquillo”.

Massaccesi (Joe D’Amato) ha avuto rapporti con Perugia e con l’Umbria?

“Circa trent’anni fa lo ospitai a Perugia, al Cinema Zenith, dove curavo le attività del locale cinecircolo. Raccontò al pubblico le sue esperienze di uomo di cinema che aveva esordito nel 1952, a soli quattordici anni, sul set de “La carrozza d’oro” di Jean Renoir. Aggiunse il fatto che in Umbria, a Forca Canapine, aveva girato uno dei suoi migliori film da regista, “Giubbe Rosse”, ambientato nel Klondike, “scoprendo” come attore Marco Dannunzio, proprietario della Boutique del pecoraro a Norcia, chiamato ad interpretare uno sciamano indiano”.

C’è un’altra indiscrezione poco nota, vero?

“Pochi sanno che Palazzo Gallenga sta in un suo filmaccio di genere hard”

E come fece ad ottenere i permessi?

“Si limitò a riprendere gli attori che entravano e salivano lo scalone. Finse trattarsi di un documentario sui palazzi antichi di Perugia. Poi, il resto, naturalmente, lo girò in studio!”

Il tuo giudizio complessivo come artista?

“Certamente uno dei personaggi più poliedrici del panorama cinematografico internazionale”.

E fa piacere che nella sua filmografia entrino, in qualche modo, anche Perugia e l’Umbria.

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