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INVIATO CITTADINO Chiudere l’Isuc, continuando a spendere una barca di quattrini. Non è razionale. Anzi, è colpevole

È quanto emerge da una rapida ricognizione su conti economici e impegni ineludibili

Chiudere l’Isuc, continuando a spendere una barca di quattrini. Non è razionale. Anzi, è colpevole. È quanto emerge da una rapida ricognizione su conti economici e impegni ineludibili.

Le spese incomprimibili corrono ugualmente, mentre l’Istituto cessa di fatto la sua azione, unanimemente riconosciuta come fortemente incisiva sul piano dello studio, della ricerca, della pubblica utilità a favore del mondo della cultura. Ossia di ciò che veramente conta. Per gli individui e per la società nel suo insieme.

LA PRIMA, AMARISSIMA, CONSTATAZIONE. I 30 mila euro del canone sono da versare comunque. È vero che si potrebbe tentare la rescissione unilaterale del contratto di locazione, accampando la (legittima?) motivazione della tutela dell’interesse pubblico. Ma ci si chiede se il locatore possa/intenda accettare o meno. È lecito pensare di no.

Perché sarà difficile trovare un nuovo inquilino, per una serie di ragioni. È vero che quei 400 metri di superficie, col valore aggiunto di un panorama da sballo, sono assai appetibili. Ma per chi?

Il limite dell’ascensore come unica via d’accesso. Consideriamo il fatto che la sede è fortemente svalutata dal fatto che la si può raggiungere solo mediante l’uso di un ascensore. Peraltro abbastanza angusto. Chi mai vorrebbe subentrare, pagando peraltro un pacco di soldi?

SECONDA SPESA INELUDIBILE. I 10 mila euro di bollette, riscaldamento e quant’altro. Anche questo pesa come un macigno che rotola rovinosamente sulle finanze pubbliche e dal quale non ci si può salvare. Solvendum est.

CREDO QUIA ABSURDUM. E non è che l’Isuc sia a secco di quattrini. Anzi, dispone di una dote consistente. Si parla infatti di una disponibilità economica che dovrebbe aggirarsi attorno ai 200 mila euro. Che non sono pochi. E basterebbero a rischiarare una prospettiva di agibilità a lungo raggio.

Allora cosa c’è che non va? Quei contratti anomali. Che però vigono da circa tre lustri.

Ma a quanto ammonterebbe la spesa? Si parla di 25 mila euro, per sei mesi rinnovabili e per i cinque dipendenti storici.

Intanto i cinque hanno restituito le chiavi dell’Istituto. Cosa che è avvenuta senza resistenze. Per dire che, se non si opera più in un ufficio, non avendo titolo, si restituisce la chiave. Tutto liscio. Nessuna riluttanza. Solo dispiacere. Tanto. E giustificato. Quello sì!

Comunque sono state sostituite le serrature. Per evitare accessi illegittimi e indesiderati? Si temeva forse che i cinque si sarebbero introdotti con l’inganno e avrebbero occupato il locali? Eventualità assai remota. Anzi irrealistica.

Intanto, mentre le spese corrono comunque, l’operatività e bloccata. Niente più lavoro per convegni, documentazione, didattica, ricerca, consulenza. Tutto fermo, paralizzato, congelato. In quella sede domineranno le ragnatele. La dotazione libraria ammuffirà sugli scaffali.

Certo è che chiudere l’Isuc, non individuare un percorso condiviso è una grave mancanza della politica. Che dovrebbe smetterla di essere “politicante” (anche se certi comportamenti del passato, in Isuc, non sono stati sempre limpidissimi e improntati a terzietà, ne sono personalmente convinto ndr).

Ma chiudere l’Isuc è una opzione scellerata. Un vulnus alla società. Perché l’Isuc non ha – o non dovrebbe avere – altro colore o interesse che non sia quello della cultura.

Ci auguriamo che il 2022 si apra sotto il segno della speranza. E della ragionevolezza.

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