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Perugia da scoprire: ipogeo dello Sperandio, ecco una delle più belle necropoli etrusche

L’ipogeo è inserito all’interno di una villa, in strada Sperandio, proprietà dei coniugi Aldo Bombetti e Teresa Salusti, discendente della famiglia che la possedette fin dall’Ottocento

L’ipogeo dello Sperandio costituisce una delle più belle necropoli etrusche di età ellenistica  in Perugia. Purtroppo i perugini non lo conoscono e non lo frequentano. Se ne parlerà venerdì 31 settembre nel convegno sulla Perugia etrusca al Manu. E speriamo che sia utile per un rilancio.

L’ipogeo è inserito all’interno di una villa, in strada Sperandio, proprietà dei coniugi Aldo Bombetti e Teresa Salusti, discendente della famiglia che la possedette fin dall’Ottocento. Qui esisteva anticamente un convento dal quale è derivato il toponimo, come attestato dalla grande scritta SPERA IN DEO, 1696 (foto) che sovrasta il portale d’accesso.

L’ipogeo fu scoperto nel 1904 dall’avvocato Ernesto Salusti, causa crollo per rottura dell’architrave. Non lontano fu poi rinvenuto il luogo degli “ustrini” dove si cremavano i cadaveri. All’interno venne trovato un grande sarcofago in travertino che conteneva le spoglie della “sacerdotessa”, con un ricco corredo in oro e bronzo: un diadema a foglie, uno specchio bronzeo decorato e due orecchini.

Gli arredi furono acquistati dal museo etrusco di Firenze, dove ancora si trovano. Un orecchino d’oro sta a Londra e l’altro al Museo Archeologico dell’Umbria, insieme ad un bel sarcofago in arenaria con bassorilievo. All’apertura della tomba, il vestito blu elettrico della sacerdotessa – riferisce Aldo Bombetti, secondo il racconto degli antichi proprietari – si volatilizzò per il contatto con l’aria. Con le attuali sonde ottiche si sarebbe potuto vedere tutto intatto. Oggi l’accesso alla tomba, scavata nel tufo a 5 metri di profondità, è ostacolato da una vegetazione fittissima di erbe e rovi.

“Le borchie in bronzo ai lati dell’ingresso – precisò Bombetti quando visitammo l’ipogeo – sono state rubate e ne è rimasto solo l’attacco”. La sovrintendenza ha protetto l’accesso con una rete e un cancello. Ha fatto anche costruire un tettuccio con gronda che impedisce all’acqua di infiltrare. La volta è tutta rifatta in solido calcestruzzo. All’interno, oltre ai due sarcofaghi, 7 urnette cinerarie lisce, tranne che per una striscia orizzontale, che segna il confine tra il mondo dei vivi e la porta dell’aldilà. Per terra, confusamente, dei cippi fallici a pezzi.

Aldo Bombetti, come San Pietro, (quando ci accompagnò a visitare la tomba) aveva un grosso mazzo di chiavi. Ci disse: “Vengono specialmente stranieri, non i perugini”. L’accesso è garantito dalla sua personale cortesia. Arrivati senza avvertire, siamo stati accolti con gentilezza e disponibilità. Il proprietario ci mostrò un album fotografico con la storia della scoperta e le immagini originali dei reperti, riprodotte in un libro a colori.

Oltre a tenere gradini e ingresso liberi da muschi, felci ed erbacce, non sarebbe auspicabile un inserimento dello Sperandio nei circuiti archeologici ufficiali, anche per sfruttare in modo adeguato i giacimenti culturali che sono il nostro autentico “petrolio”?

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