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INVIATO CITTADINO Via XX Settembre, demolite le villette degli anni Cinquanta

La Perugia che cambia e fa tabula rasa del passato

C’erano una volta quelle due villette in via XX Settembre. Ora sono state demolite. Che tristezza! La Perugia che cambia… e fa tabula rasa del passato.

Eravamo abituati a vederle, quelle due belle costruzioni, ormai da sette decenni, come testimonianza di una facies urbana ormai consueta e metabolizzata. Se ne temette l’integrità in occasione della frana che interessò la zona. Poi i pozzi di drenaggio, le opere di messa in sicurezza. E tutto sembrò, almeno a noi profani, in ordine. Forse così non era. Ieri abbiamo visto all’opera una macchina che le ha ridotte a una massa di detriti.

Chiediamo un parere in merito al professor Paolo Belardi, ordinario di “Composizione architettonica e urbana” nel Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università di Perugia.

Paolo, cosa pensi in proposito?

“La demolizione delle due villette ex-Onaosi, realizzate negli anni Cinquanta dalle famiglie Giannoni-Buraglini, fa seguito a molte altre demolizioni insensate che, purtroppo, tradiscono l’attuale incapacità della nostra città di crescere su se stessa senza fare ‘tabula rasa’ delle preesistenze. Cosa che invece ha sempre saputo fare in passato”.

Insomma, a tuo avviso, si sarebbe potuto agire in modo diverso?

“Piuttosto che demolire le due villette, sarebbe stato molto più interessante, oltre che in linea con le nuove tendenze dell’architettura contemporanea (basti pensare ai gasometri di Vienna che, invece di essere demoliti, sono stati trasformati in condomini di lusso), collegarle con un terzo corpo di fabbrica, garantendo al nuovo edificio il surplus estetico, ma forse anche economico, della memoria storica”.

Insomma: conservare, almeno in parte, rifunzionalizzare, mantenendole in vita anche come testimonianza storica? Una visione, la tua, conservativa, additiva, non demolitiva!

“Personalmente credo che la demolizione sia parte della composizione architettonica, ma solo quando è parziale e non quando è integrale. Anche dal punto di vista della sostenibilità ambientale”.

Quali i danni di una demolizione tanto massiccia?

“Demolire integralmente una struttura in calcestruzzo armato è profondamente sbagliato dal punto di vista ambientale, in quanto ferro e calcestruzzo non sono materiali facilmente smaltibili, mentre lo sono le partizioni esterne ed interne, soprattutto se realizzate con componenti in laterizio”.

A tuo avviso, seguendo le linee di tendenza dell’architettura contemporanea, si sarebbe potuto agire in maniera chirurgica?

“Esattamente. Non a caso, uno dei temi più fecondi dell’architettura contemporanea è il riuso degli scheletri in calcestruzzo armato incompiuti o, per l’appunto, prodotti da interventi di demolizione chirurgica”.

Intendiamoci, l’operazione è stata compiuta in modo perfettamente regolare, con una licenza (datata 22 settembre 2020, numero 172) che parla di “ristrutturazione mediante demolizione e ricostruzione edifici”. Nulla quaestio, dunque, in ordine alla regolarità. Peraltro, non è nostra abitudine entrare nei meccanismi concessivi. Anche per difetto di formazione e informazione burocratica. Quello che sostiene il professor Belardi, e noi con lui, è che forse le cose avrebbero potuto prendere una strada diversa. All’insegna dell’aureo brocardo “memoria servanda”.

In tutta franchezza, limitandosi all’aspetto storico-estetico-identitario, l’Inviato Cittadino accetta e condivide l’opinione del professor Belardi. Al lettore il diritto di farsi un’idea. 

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