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Sabato, 18 Maggio 2024
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INVIATO CITTADINO Senza Franco Venanti siamo tutti più poveri

La sua esortazione ai giovani “Ricordatevi di guardare il cielo!”

Scomparso il pictor optimus Franco Venanti, il nostro Franchino, l’uomo e l’artista che era impossibile non amare.

Ci ha lasciato nella serata di ieri, poco dopo le 23:00. Ho ricevuto la notizia dalla figlia Barbara. Con tre scarne parole (“è morto papà”) che dànno il senso di un’immane tragedia. Che esprimono un enorme dolore. Condivisibile da tutti noi.

Non voglio, e non intendo, almeno in questo momento, dilungarmi sul personaggio, meritatamente noto e stimato.

Ma non posso fare a meno di ricordare le tante occasioni di cultura, amicizia e solidarietà che hanno punteggiato (e continueranno a farlo, nella memoria) il nostro percorso esistenziale.

L’arte, la letteratura, le amicizie, le complicità sempre oneste.

Le telefonate chilometriche in cui non si tracciavano bilanci, ma si delineavano progetti. Certe volte facevo rispondere mia moglie Rita e lui ci si intratteneva volentieri.

I più recenti lavori: il libro “Perugia, Italia, Mondo. La storia irriverente di Franco Venanti”, scritto a quattro mani: lui le vignette, io i testi. E poi, l’ultimissimo “L’alfabeto”, di cui ho curato l’editing e la prefazione.

Ogni volta Franco ti rovesciava addosso una vagonata d’idee. E io gli dicevo: “Calma, una alla volta”.

“Ma io sono vecchio, ho fretta”, rispondeva.

Ma vecchio non era, Franchino. Aveva una mente straordinariamente giovanile e un corpo ancora fresco, malgrado gli anni e gli inevitabili acciacchi.

Dalla sua mente vulcanica sono sempre uscite idee originali e prodotti straordinari. E tante idee gliele hanno scippate. Qualche volta se ne rammaricava. Ricordava, ad esempio, il Corciano Festival o il salvataggio della Necropoli del Palazzone. Altri se ne sono vantati. Ma noi sappiamo come sono andate le cose.

Era generoso anche nell’arte. Nessuno l’ha mai sentito dir male di altri artisti (vezzo, invero, assai diffuso). Incoraggiava sempre. Trovava del buono in tutti. L’ultima mostra presentata insieme, alla Domus Pauperum della Mercanzia (foto in pagina), è stata quella dell’architetto Angelelli, suo allievo. Fu, come sempre, generoso e spiritoso.

Già, i libri. Da “Quando una rondine faceva primavera” ai volumi per decenni della storia personale che s’intreccia intimamente con quella della città. Franco conosceva la storia, l’ha vissuta, l’ha fatta. Quei libri, infarciti di aneddoti e libero pensiero, andrebbero proposti nelle scuole. Non per un nostalgico “come eravamo”, ma per farci capire “come/perché siamo quello che siamo”.

L’ultimo progetto era quello di esporre, in forma d’intervista, il suo pensiero. Facemmo già un bel libro “Dialogo fra un artista e uno scienziato” in cui si misero a ragionare, dialetticamente, Franco e Roberto Battiston. Fu una faticata, ma ne uscì un libro bellissimo.

Ora aveva voglia di sintetizzare in pillole il suo pensiero. Che indagava i misteri del cosmo, la bellezza, la presenza divina nelle persone e nelle cose, negli animali e nel creato. Un panteismo alla Giordano Bruno, ma molto venantiano. Tinto d’arte e laica religiosità. Con uno spazio di riguardo per la seduttività femminile.

Era religioso, Franchino, ma non devozionale. Intercettava l’esigenza di credere in un fine superiore e diceva: “Ho un’età, ma non ho ancora capito perché mi trovo in questo mondo. Eppure, non rinuncio a cercare”.

Indagava, sempre, Franchino. Anche nell’arte. Sebbene potesse adagiarsi sul percorso dell’acquisito. Ma no. Lui sperimentava.

Come sperimentò la morte con un arresto cardiaco, anni fa. Mi disse, poi, sconsolato: “Non ho visto niente, forse non c’è nulla!”. Con disperazione. Perché una ragione e un fine, oltre la fine, devono pur esserci.

Questo era, è e sarà Franco Venanti. Un uomo che ha attraversato i decenni a schiena dritta.

Uno che non aveva paura. Un uomo integro, che aveva l’ardire di andare controvento. Sempre. Senza timore di spettinarsi.

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