PERUGINERIE San Matteo degli Armeni, peschiera storica dimenticata

Ninfeo, peschiera o “pescaia” di San Matteo degli Armeni: altro che recupero… sfregio

Ninfeo, peschiera o “pescaia” di San Matteo degli Armeni: altro che recupero… sfregio. La seicentesca struttura, riportata alla luce dopo scavi importanti, era certamente bellissima, con le nicchie, specie quella centrale, abbellite da statue e dal mostro marino, dalla cui bocca zampillava un getto d’acqua. Ora, è ovvio che quelle opere d’arte non si possono riavere: sono finite chissà dove. Ma non è giusto snaturare le parti recuperate e visibili.

È di pessimo gusto quella struttura in pietre vulcaniche e tegole, di cui si poteva benissimo fare a meno: bastava lasciare il fornice come stava.

Questa tutela non c’è stata.

Ma il vero sacrilegio è il seguente. Se è vero che le strutture in travertino e materiali fittili sono stati improvvidamente coperti da una superfetazione inutile e impattante: alla base, materiali lapidei e cementizi e in superficie una piattaforma in legno di cui non si vede la ragione. Forse semplicemente un palco di cui non si sentiva proprio il bisogno.

Le cose stanno così. C’è chi sostiene che si trattasse solo di un’opera estetica, un ninfeo per giochi d’acqua. Secondo altri, il vascone era adibito – come d’abitudine nel periodo – anche a “pescaia” o “pesciaia”, ossia a contenitore per l’allevamento del pesce. Accade lo stesso alle medievali vasche del Parco della Pescara.

In occasione dello svuotamento, quando si alzava lo sportello in basso della vasca, l’acqua e il pesce scivolavano lungo una canaletta e si riversavano a valle, nella più grande delle due vaschette tuttora visibili, anche se ricoperte in materiale fittile.

A questo punto, si catturava con le mani il pesce e si procedeva a un’altra mandata da sopra.

Il meccanismo, semplicissimo, è stato a lungo visibile.

Poi, non si sa per quale ragione, tutta la realizzazione è stata ricoperta, “murata” e obnubilata. Ci si chiede per quale incomprensibile ragione ciò sia avvenuto. Pare giusto alterare in modo così impattante un reperto di valore storico-archeologico-antropologico?

A noi pare di no e ci chiediamo come mai non sia intervenuto chi aveva il compito di tutelare l’integrità di questa struttura.

Della canalina originaria, resta, nella maggiore vaschetta inferiore, semplicemente il ductus, ossia il “doccio” in travertino (foto 4).

Tutto il resto è ormai invisibile. E poi, questa distruzione la chiamano “tutela”.

Ma tutto questo scempio si è potuto effettuare impunemente? Conserviamo gli atti di un convegno in tema: all’epoca nessuno poteva immaginare che la faccenda sarebbe finita in questo modo. 

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