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INVIATO CITTADINO Lisciano Niccone. Restaurato il Monumento ai caduti della Grande Guerra

Una storia lunga un secolo. Per non dimenticare

Quella fiamma perenne alla sommità del cippo, metafora di perpetuo omaggio ai martiri liscianesi.

Con gli stemmi di Trento, Trieste e d’Italia, sulle facciate cardinali. Simboli accompagnati dal blasone del Comune con la quercia (o castagno) da cui pende il caldaio (calidarium), simbolo del focolare domestico e della patria terra.

Grande concorso di gente per la restitutio ad integrum di un illustre centenario.

Ne delinea la storia il sindaco Gianluca Moscioni, primo cittadino e factotum: lo abbiamo visto inerpicarsi prima di pranzo a risistemare il telo di copertura strappato dal vento.

Un sindaco cui va il merito di essersi fattivamente adoperato per restituire alla comunità liscianese quella memoria scritta su pietra.

La pietra lavorata, con perizia e passione, dagli scalpellini della famiglia Frati, originaria di Santa Maria delle Corti.

Era – ricorda il sindaco – il 28 settembre 1922 quando “venne posta, e benedetta, la prima pietra del monumento ai figli gloriosi, morti nella guerra italo-austriaca”.

L’inaugurazione, esattamente un secolo fa.

Foto - Lisciano Niccone. Restaurato il Monumento ai caduti della Grande Guerra

(Foto esclusive Sandro Allegrini)

Ma il temo edax rerum aveva ridotto il simbolico sacrario all’ecce homo. Da qui l’esigenza di ridargli onore e dignità, anche esteriore. Ed estetica, si direbbe.

Erano 68 coloro che non hanno fatto ritorno alle case, ai campi, agli affetti genitoriali, coniugali e filiali.

Dopo un breve intervento dei restauratori che spiegano succintamente modalità e fasi del lavoro, un manipolo di bambine declinano i nomi dei caduti, con emozione. A ribadire il filo rosso che lega le generazioni. A confermare che non è morto colui il cui nome viene ancora pronunciato.

Insieme al ricordo dei caduti, resta nel cuore dei familiari la memoria di quanti tornarono feriti e mutilati nel corpo, non meno che segnati nella mente e nell’animo. Per essere stati attori o comparse nella drammatica farsa dell’inutile strage.

Poi la benedizione di padre Filippo che invita a recitare le preghiere di rito.

E quindi  la Fanfara regionale Bersaglieri dell’Umbria che arriva di corsa e scandisce l’evento con le musiche del Corpo.

Infine l’Orchestra giovanile Ara Coeli a proporre musica da intrattenimento.

Con la folla che si dirige verso i banchi del ristoro. Per coniugare le esigenze del corpo coi battiti del cuore.

Una parola di elogio per Marcello Silvestrini, liscianese doc e poi professore di italianistica a Palazzo Gallenga. Ex bersagliere, depositario di un vasto e generoso bagaglio di cultura, Marcello conserva uno spirito di solerte e sensibile educatore. Tanto che, con affettuosa discrezione, (da dietro le quinte, more solito, e con elegante nonchalance), ha diretto e scandito le fasi dell’evento. Causa uno strappo, non poteva correre con gli ex commilitoni, ma ha galoppato col cuore insieme a loro. Perché il bersagliere prende la vita “di corsa”. Ed è generoso, sempre. Ça va sans dire.

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