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INVIATO CITTADINO La Piffanìa tutte le feste porta via

Ecco come sta la questione del carbone ai bambini cattivi e delle foglie divinatorie

La Piffanìa tutte le feste porta via. Ecco come sta la questione del carbone ai bambini cattivi e delle foglie divinatorie.

Il carbone per i cattivi nasce come leggenda positiva: il carbone era ciò che resta del “ceppo abrugiato ntól camino”, ossia simbolicamente dell’anno vecchio e dei suoi mali. Quel carbone assumeva, in metafora, il senso di voler dimenticare le evenienze negative in nome delle speranze e delle positività attese per il nuovo anno. Ricordate il leopardiano “venditore di almanacchi” dalle “Operette morali”?

Fu il mondo rurale a voler assegnare un significato negativo, per cui quel residuo di “cattiveria” venisse portato dalla “Beffana” (con due effe, alla perugina) ai bimbi cattivi.

Qui interviene, al contrario, la benevolenza che rovescia la “cattiveria” e l’amaro del carbone in “carbone dolce”.

A Perugia lo facevano un tempo fior di pasticceri, fra i quali – impossibile dimenticarlo – la mitica Carla Schucani, titolare della storica pasticceria d’eccellenza Sandri.

Gli adulti si divertivano a provocare il bambino con la minaccia della Befana che, nella calza coi dolciumi, porta il carbone, se sono stati cattivi. L’assaggio provocava la partecipazione divertita e gustosa dei piccoli. I quali fin da prima sapevano della finzione e stavano al gioco simulando uno spavento inesistente per poi riconciliarsi.

Fra i detti, trionfa il tradizionale “L’Epifania tutte le feste porta via”. Senza dimenticare il tradizionale gioco del “m’ama/non m’ama” celebrato con le foglie di ulivo inumidite di saliva. Così bagnate, le si gettava nel fuoco e, se restavano per un po’ sospese volteggiando, significava che l’amore era ricambiato. Se invece cadevano a piombo bruciando velocemente, davano il segno di un amore incorrisposto. Gli innamorati delusi riprovavano più volte, finché l’esito non risultava quello positivo, lungamente atteso.

Questa la tiritera che accompagnava il rituale: “Pasquetta Piffanìa, ch’arivi gni anno, / dimme la verità che te dimando: /si me vòl ben, fa n salto, n gioco! / Sinnò sta tli e brùcete ntól foco!” (“Pasquetta Epifania che arrivi ogni anno / dimmi la verità che ti domando: / se mi vuole bene, fa’ un salto, un gioco! / Sennò sta’ lì e bruciati nel fuoco!”).

Quanto ai doni: niente per gli adulti, senza allusioni malevole a consorti e fidanzate. Pochi giochi ai bambini, perché pecunia deficit. Recita il detto “Pé j Innocenntini / finite le feste / finiti i guadrini”. Il riferimento è alla Festa dei Santi Innocenti che cade il 28 dicembre. Quando, insomma, si è dato fondo alle risorse.

Quanto alle specialità gastronomiche della tradizione – ci dice l’esperta Ida Trotta – per la Befana non ci sono particolari preparazioni che si discostino da quelle delle feste (cappelletti in brodo, ad esempio).

Ci ricorda però che, essendo l’Epifania la prima Pasqua dell’anno, è consuetudine gustare la torta col formaggio, accompagnata dal capocollo suino, che “è la morte sua”.

Per i dolci, oltre al carbone che, dice Ida, “la nonna faceva in casa”, si ricordano i tozzetti da godersi col Vin Santo. E, cosa che nessuno ormai fa più (perché di preparazione lunga e impegnativa), il torrone che si stendeva a caldo sul piano di marmo per poi tagliarlo a pezzetti.

Apparecchiare in rosso e oro: porta bene

Consiglio salutista… dopo gli abusi. C’è da dire che, fra lunghe permanenze in casa, causa pandemia, e le mangiatine frequenti, è meglio tenersi leggeri. O, come i bimbi “finto-cattivi”, accontentarsi del carbone… vegetale. Quello fatto col carbone vero, di pioppo, salice e betulla. Per digerire.

Per casi gravi rivolgersi al pronto soccorso… ma non di questi tempi.

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