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Il diritto alla difesa e la presunzione d'innocenza, alcune riflessioni dei Giuristi cattolici per il nuovo anno giudiziario

Sabato 23 febbraio una celebrazione eucaristica alla Casa del clero con monsignor Paolo Giulietti, già vescovo ausiliare di Perugia e presule a Lucca

Il diritto di difesa in ogni fase e grado del giudizio (art. 24 Costituzione), la presunzione d’innocenza e la funzione rieducativa della pena (art. 27 Cost.), sono una faticosa, ma irrinunciabile conquista della nostra civiltà democratica.

All’epoca dei processi mediatici, si potrebbe addirittura pensare che in caso di delitti efferati o di confessioni inequivocabili, attivare un processo lungo e costoso, potrebbe essere non solo inutile, ma addirittura controproducente rispetto all’esigenza di pene certe e immediate.

Eppure la presunzione di innocenza (come ci ha dimostrato da ultimo il noto processo per l’omicidio di Sara Scazzi) è un elemento fondamentale e imprescindibile della nostra civiltà.

Sono i regimi totalitari, infatti, che si basano sull’opposto principio della presunzione di colpevolezza e sull’eliminazione del diritto di difesa, come inutile dispiego di forze rispetto alla più rapida ed efficace giustizia sommaria.

Ma lo sappiamo… la democrazia, come avvertiva qualche secolo fa Platone e più di recente Churchill, è la peggiore forma di governo possibile (inefficiente, costosa, lenta), che però ha un solo grande pregio: le teste le conta e non le taglia!

E le teste (ovvero le persone) sono al centro di tutta la nostra architettura costituzionale, ovvero quell’insieme di regole fondamentali, che rappresentando la nostra storia, la nostra cultura e la nostra identità, costituiscono l’ultimo e vero collante del nostro Paese.

Il diritto di difesa e la funzione rieducativa della pena hanno tuttavia un’origine lontana, che giunge sino alle radici cristiane della nostra civiltà. Sono stati i romani che ci hanno insegnato che il diritto attraverso il processo (vindicatio) riesce a trasformare l’azione immediata, istintiva, incontrollata, tipica della vendetta (vim dicare), nell’azione giusta e ponderata, che fa prevalere la parola (vim dicere) sulla violenza. Attraverso il processo (giusto - art. 111 Cost.) si trasforma un motivo di crisi, in un momento di aggregazione sociale e di riflessione comunitaria.

Ma ciò non è sufficiente. Il diritto di difesa trova il suo necessario fondamento nel perdono “cristiano”, in cui il paràkletos (lo Spirito Santo) è (alla lettera) il difensore delle vittime (il primo ed originale “avvocato del popolo”).

Per il cristiano, se il male è una condizione originaria dell’uomo, questa non è mai così forte da escludere la possibilità del bene. In altre parole, se ci fosse anche un solo uomo in cui il bene non potesse manifestarsi e prevalere sul male, non avrebbe senso il messaggio cristiano della Redenzione.

Come ci ha insegnato Cristo sulla Croce, da una parte, il diritto è sofferenza: il dolore per la violazione subita (dei miei diritti), giustifica la sofferenza impartita (dallo Stato), al fine di ristabilire la giustizia terrena; ma, dall’altra parte, la giustizia e la forza, non avrebbero senso se ci fosse la piena fiducia nella possibile redenzione anche del più efferato “ladrone”.

In definitiva, la presunzione d’innocenza e il diritto di difesa impongono un atto di fede (nella libertà dell’uomo e nel messaggio salvifico di Cristo) e in questo senso il lavoro dell’avvocato è certamente uno dei più “cristiani” che si possa immaginare.

Anche per queste ragioni, sabato 23 febbraio 2019, alle ore 11, presso la Casa del Clero di Perugia, i giuristi cattolici si riuniscono, insieme al vescovo monsignor Giulietti e all’assistente spirituale padre Alberto Viganò, per celebrare una messa, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. La celebrazione sarà animata dal gruppo musicale “I Madrigalisti”.

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