INVIATO CITTADINO Il centro storico cola a picco: il coronavirus non è l'unica causa

Nell'acropoli fioccano le disdette dei locatari, questo della pandemia è solo il colpo di grazia

Il centro storico cola a picco: fioccano le disdette dei locatari. Si abbassano le saracinesche. Si spengono le luci. Non ha più senso proseguire.

“Si salveranno – commenta uno che la sa lunga in materia di locazione degli immobili – solo quelli che sono padroni dei muri. L’unico salvagente è questo. Tutti gli altri andranno inesorabilmente a fondo. Solo un miracolo potrebbe salvarli”.

“A meno che – aggiunge sarcastico – i proprietari degli immobili non si accontentino di rendite inferiori… ragionevoli e accettabili”. E cita un proverbio perugino che recita: “Ta la galina ingorda jé creppò l gozzo”.

In effetti, sono numerosi gli esercizi che hanno chiuso. Per sempre. Con questi chiari di luna, si capisce bene perché. E non si può andare avanti coi temporary store, classico shopping effimero a smaltimento dei fondi di magazzino e adempimenti fiscali semplificati: succhiano quel poco che rimane e si volatilizzano. Sia detto senza disprezzo, ma la natura intrinseca di queste iniziative è, per definizione, il “mordi e fuggi”. “Fuggi”, appunto. Al contrario, nel commercio fisso occorre continuità, stabilità, affidabilità e fidelizzazione dei clienti.

Intendiamoci. Il crollo attuale non è solo questione di coronavirus. Certo, quella belva tiene in casa la gente, la spaventa, la fa scoprire insicura, in preda ai marosi della crisi. E già troppo piena di cose. Senza trascurare il fatto che la crisi economica, ragionevolmente attesa, ci mette del suo: taglia le gambe ai commercianti, sforbicia le entrate dei clienti, scoraggia la spesa. Ma il trend negativo dura da tempo. Questo della pandemia è solo il colpo di grazia. Alla tempia.

Ci si chiede da tempo, infatti, che motivi abbia la gente per venire in centro, museo a cielo aperto di storia raccontata dai blocchi di travertino, dalla Fontana di piazza, dalle suggestioni identitarie: è ormai ridotto a paninoteca e mutanderia. E non è colpa degli amministratori, che fanno quello che possono, ma non si scagliano, lancia in resta, contro i mulini a vento della crisi. Tanto sarebbe un nonsenso.

Peraltro, questo 2020 è negativamente caratterizzato dal fatto che le iniziative di sicuro appeal sono andate a farsi benedire: niente Festival del Giornalismo, niente Umbria Jazz, in forse Eurochocolate, sulla Sagra Musicale tutto tace, come sul Perugia Music Fest degli americani. L’estate e la notte perugina – c’è da temere – saranno tutt’altro che “tenere”, anche se l’assessore Varasano e il dinamico staff di Palazzo Della Penna qualcosa sapranno di certo inventarsi. Per quanto è nelle nostre possibilità, siamo pronti a dare una mano. Ma ve la immaginate piazzetta Podiani, sempre stracolma di amanti del dialetto perugino, con accessi contingentati?

Riguardo all’esosità dei canoni, commenta un esercente: “Sono diversi i colleghi che da qualche mese non pagano l’affitto. Quattro di loro, con bottega in corso Vannucci, hanno inviato disdette ai proprietari. Che continuano a dichiararsi indisponibili a una riduzione dei fitti. Se li tengano i loro locali. Vuoti. Tra un po’ saranno loro a pregare qualcuno di tenerglieli aperti, senza pretese di mensilità anticipate e fideiussioni bancarie. Non semplici certezze, ma addirittura stragaranzie”. E a questo punto cita uno storico Bar a metà corso, da anni abbandonato e… caduto nell’oblio.

Aggiunge: “Fino a qualche anno fa, i 4/5 mila euro mensili si potevano reggere. Oggi il massimo è 1500/2000. Vendiamo merci con onesti ricarichi, mica cocaina”.

Poi fa l’esempio di un locale che da sedici dipendenti è passato a due. E dice, senza mezzi termini: “Continuiamo a pagare l’occupazione di suolo pubblico ai costi consueti. Poniamo che in estate si riparta, il distanziamento sociale imporrà che di 20 tavoli me ne lavorino 10. Come faccio a rientrare, se riscuoto la metà e le spese restano più o meno invariate?”.

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Insomma: piove sul bagnato. Coronavirus a parte. Il centro storico è ormai ridotto al cimitero degli elefanti: luogo di fascino ancestrale, ma evocativo di un inarrestabile “cupio dissolvi”. E l’Inviato Cittadino lo dice con un dolore. Pari all’amore che nutre per questa città.

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