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Il blog di Franco Parlavecchio | il drammatico 4 maggio del Grande Torino, quando il calcio era epico e romantico...

C’era un tempo in cui il calcio era emozione, sudore, competizione vera. Era uno sport che manteneva tinte romantiche, le imprese avevano un sapore epico. Non c’erano bizzarre idee di Super Lega al servizio del solo dio denaro. La storia del Grande Torino è sicuramente quella che più di tutte ha lasciato questo segno, un po’ per i grandi record ancora imbattuti e un po’ per la tragica fine quel maledetto 4 maggio del 1949 sulla collina di Superga.

Chi ha avuto la possibilità di visitare la basilica di Superga sa che quel tempio è luogo di pellegrinaggio di qualsiasi tifoso o semplicemente curioso di conoscere un pezzo della nostra storia; mentre passeggi ti accorgi che quel silenzio che sovrasta la collina sembra quasi surreale. Del Grande Torino, rimane anche uno stadio, quel Filadelfia rimesso a nuovo, non proprio uguale all’originale, ma comunque sempre nel medesimo luogo, circondato da quel quartiere popolare ricco di calore.

Se sali le scale di quello stadio riesci a vivere l’emozione un tuffo nel passato, senti una magica brezza che evoca i nomi di quei giocatori che hanno rappresentato il team invincibile, la squadra più forte del mondo.

Chi si affaccia su quel prato sente ancora il suono della tromba suonata per tre volte dal mitico tifoso che incitava al quarto d’ora granata, quando i giocatori scherzavano con la palla senza affondare. Sembra di vedere il capitano Valentino Mazzola che si rimbocca le maniche per condurre ai quei 15 minuti di cuore granata che hanno fatto la storia dello sport. Quello non era solo il calcio ma la rivincita intera di una nazione distrutta dalla guerra che cercava un riscatto personale e sociale attraverso le imprese sportive conosciute in tutto il mondo, al di sopra di ogni tifo di parte: un simbolo della vittoria leale.

Insieme al Grande Torino si schiantò di fatto l’intera nazionale italiana che il Toro è riuscito a rappresentare fino a dieci undicesimi. Il Grande Torino ha rappresentato un momento di rivincita, la voglia di riprendere una vita normale. Quella speranza si schianta insieme ad un aereo sulla collina. Destino avverso che ha voluto distruggere il sogno dopo una partita di beneficienza di ritorno da Lisbona, per aiutare il capitano della squadra del Benfica che versava in difficoltà economiche.

Un altro mondo, un’altra epoca, una passione sincera. Tra i tanti custodi della memoria tramandata non puoi non imbatterti nell’amico Carlo, torinese, conosciutissimo e fiero portatore di tutte le memorie a tinte granata. Vedere un uomo conservare i resti di quel maledetto aereo come se fosse la cosa più importante che possiede, vedere i suoi occhi colmi di emozione e lacrime mentre ne parla, fa comprendere come una ferita si possa conservare per intere generazioni e continuare a sanguinare.

Carlo è un custode della memoria di ogni momento precedente e successivo a quel drammatico incidente che ha cambiato il corso degli eventi. Potresti stare ore ad ascoltarlo. Ora quel romanticismo è finito ma il ricordo è rimasto vivo per coloro che conservano il meglio dei valori umani perché dimenticare significa essere complici di un’altra tragedia.
 

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