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Giustizia e non giustizialismo, garanzie e non garantismo, la necessità di una riforma tirata da troppe parti

Riflessioni del magistrato in pensione Giuliano Mignini sullo stato della magistratura in Italia tra correnti, politica, scandali e una rischiosa deriva populista

Riceviamo e pubblichiamo delle riflessini sulla giustizia scritte dal magistrato perugino in pensione Giuliano Mignini. Pensieri che prendono spunto dalla sua iscrizione e appartenenza all'Unione giuristi cattolici, sezione di Perugia e che ruotano attorno al concetto di 'giustizia' e 'garanzia'.

"Mi iscrissi all'Unione giuristi cattolici molti anni fa, perché ritenevo di testimoniare la mia fede cattolica in un mondo non facile, quale quello dei giuristi, comprendendo in questa nozione categorie diversissime tra loro, quali quelle degli avvocati, dei magistrati, dei notai, dei docenti di materie giuridiche e del personale amministrativo del settore giustizia. Ma la spinta ad iscrivermi mi fu data, soprattutto, dalla presenza di un amico, padre Thierry Haenni o.p., che era divenuto l'assistente ecclesiastico di tutte le organizzazioni professionali cattoliche su decisione di quel grande e indimenticabile arcivescovo che fu monsignor Cesare Pagani.

Confesso che, nell'Unione, mi sono sentito un po' solo come magistrato, anche se qualche collega c'era.  E così mi sono trovato 'immerso' in un mondo di avvocati nel quale ho dovuto difendere, all'esterno e all'interno, la mia identità di magistrato che rischiava di 'annegare' o di essere diluita dallo squilibrio a favore degli avvocati. Ognuno deve tenere alla sua identità perché, per chi ha conservato la Fede del Battesimo, l'essere magistrato o avvocato va ricondotto a un decreto misterioso di Dio che chiama, ciascuno, alla sua vocazione e gliene chiede poi conto.
Lo stare insieme a tanti avvocati e i rapporti di amicizia che avevo con loro mi ha aiutato però anche a capire gli avvocati e il mondo che esprimono, pur nella difesa e nell'affermazione della mia identità che è diversa dalla loro anche se portiamo tutti la toga.

In occasione delle messe dell'Unione, sento recitare solo la preghiera dell'avvocato e provo a immaginare una preghiera del magistrato che non ho mai conosciuto.

Tutto questo m'ha arricchito, lo confesso e debbo dire che un identico rispetto e comprensione per la figura del magistrato l'ho trovata anche nei numerosi avvocati che fanno parte dell'Unione giuristi cattolici.

E questo perché? Perché è un'associazione che raggruppa entrambe le categorie ed ha una visione del mondo comune, quella della visione cattolica del Diritto.

Al di fuori di questi ambiti, purtroppo, questi due mondi, in particolare quello dei magistrati requirenti e quello degli avvocati penalisti, sono divisi, è inutile negarlo, da una barriera di reciproca diffidenza se non, in certi casi, di acuta tensione nella quale i penalisti tendono oggettivamente, non solo ad affiancare ma addirittura a stimolare, il conflitto tra politica e giustizia, schierandosi dalla parte della prima o, per meglio dire, della parte della stessa, ispirata all'ideologia del 'garantismo'. Il che è cosa ben diversa dall'imprescindibile rispetto delle garanzie processuali che ogni operatore del diritto deve avere.

Vorrei cercare qui di scendere un po' più in dettaglio su questo punto.

Il nuovo codice di procedura penale, tra i tanti effetti, positivi e negativi, ha innescato, tra l'altro, una pericolosa deriva ideologica all'interno del sistema della giustizia,  già minato dalla 'politicizzazione' dichiarata di un settore della Magistratura che faceva capo a 'Magistratura democratica' che non nacque affatto sotto l'egida del marxismo leninismo, se si pensa che uno dei  suoi fondatori fu Adolfo Beria d'Argentine, già componente della brigata partigiana filoinglese Franchi nella quale militò anche Sogno.

Fu comunque come reazione a questa politicizzazione, di stampo comunista, azionista o della sinistra 'cattolica' (queste, grosso modo, furono le anime di MD) che si costituì una formazione dichiaratamente apolitica, cioè Magistratura Indipendente che oggi conserva il suo spirito originario nella corrente di Autonomia e Indipendenza di Piercamillo Davigo.

Magistratura democratica era, come ho detto,  su posizioni di estrema sinistra marxista solo in alcuni suoi componenti iniziali poi scomparsi. Il grosso ha subito il processo di 'globalizzazione' che ha portato lo stesso Pci e successori su posizioni strettamente 'atlantiche' e 'neoliberali'.

Caratteristica fondamentale del 'liberalismo' e delle sue varianti 'liberiste' in economia e, talvolta,  'libertine' sul versante aspetto del costume, è l'enfatizzazione del momento delle "garanzie" cioè dei presidi a difesa di diritti fondamentali o di pretesi tali.

Il 'fine' dell'azione, cioè quello che è l'elemento caratterizzante della stessa, quasi scompare dall'orizzonte liberale. Il 'garantismo', opzione ideologica che antepone a tutto la garanzia, la 'via', a discapito della meta, è, quindi, tipica espressione dell'ideologia liberale. E, per la particolare sottolineatura del diritto di difesa, lo è anche della gran parte dei penalisti.

Conseguenza della 'globalizzazione' è anche l'omologazione del profilo ideologico e culturale della politica che oggi ha portato ad una sostanziale confusione delle opzioni politiche in un generico liberalismo e radicalismo di massa.

Oggi sono tutti 'liberali', destra, sinistra e centro (per non parlare degli 'estremisti' europei alla Rutte) o meglio, liberali a 'destra' e nel centro e 'liberals' o radicali in quello che rimane della sinistra. Il resto sono aree marginali che cercano di conservare un minimo di legame con una visione del mondo tradizionale.

È in questo mondo 'liberale' a cui si aggiungono elementi socialisti, tradizionalmente insofferenti verso la giurisdizione che si concentrano le aree 'garantiste' che guardano ai 'mezzi' e ignorano il fine della giustizia, come se la giustizia fosse una realtà da cui essere tutelati. Qui, i mezzi giustificano il fine.

Di contro, vi sono settori politici in cui vale invece il principio machiavellico del 'fine che giustifica i mezzi'. Questo si chiama, nel settore giustizia, 'giustizialismo', un termine di origine peronista e così si arriva al 'populismo giudiziario' per usare un'espressione fatta propria dall'avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione Camere penali.

Sembra che il dibattito sulla giustizia e su sue possibili e auspicabili riforme (speriamo non alla... Lutero) non debba uscire da questo conflitto ideologico che contrappone 'giustizialismo' a 'garantismo', inteso oggi però, soprattutto, nel suo contenuto 'magistratofobico'.

Il dibattito sulla prescrizione ne offre un esempio illuminante.

Credo che sia stato recentemente il già citato avvocato Caiazza ad affermare più o meno questo: 'Dopo tanto tempo, dopo un lungo processo, lo Stato dovrebbe rinunciare alla sua potestà punitiva!'.

E, quindi, aggiungo io, al dovere di ricercare la verità, arrestandosi ad una sorta di 'pareggio', pur di evitare all'indagato o imputato il disagio di un lungo processo, lungo anche perché, per garanzia di una decisione quanto più possibile corretta, noi abbiamo tre gradi di giudizio e un paio per le misure cautelari, oltre all'obbligatorietà dell'azione penale.

È come se, recatomi dal medico per essere curato, io uscissi soddisfatto, esclamando: 'Per fortuna, l'intervento è durato pochissimo... peccato che non mi hanno curato perché il medico ha sospeso la terapia per evitarmi inutili lungaggini e il conseguente stress'. Più o meno questo è il discorso.

Ciò che conta è che il processo sia breve, non che giunga al suo obbiettivo normale.

Ovviamente questo accade per la solita contrapposizione ideologica e perché vi sono 'potenti di turno' ai cui interessi vanno subordinati quelli della collettività e, anche in tal caso, all'accertamento della verità si sostituisce il favore al 'potente'. Nessuna razionalità, ma una 'concessione' schiettamente volontaristica per usare un linguaggio 'soft' che non guasta mai.

Nella mia carriera, mi capitò un processo relativo a fatti datati nel tempo. Iniziai le indagini con margini di prescrizione sufficienti, ma, a metà del percorso, sopraggiunse la nota 'legge Cirielli' che, sempre per finalità 'privatistiche', dimezzò i termini e i reati mi si prescrissero quasi tutti. A processo in corso, iniziato con altre regole.
Ho parlato della prescrizione, ma in questi giorni è tornata di moda una vicenda surreale. La registrazione subita e quella fatta da un mio collega defunto che, se fosse in vita, sarebbe andato incontro a un processo penale e poi disciplinare e a sanzioni pesantissime. Ma, per fortuna sua, è morto nel 2019, se non sbaglio.

Se tutti i protagonisti della vicenda fossero stati diversi, tutti avrebbero gridato allo scandalo contro questo magistrato. Ma gli interessi politici che stanno dietro lo scontro tra 'garantismo' e 'giustizialismo' e la disponibilità di giornali e reti televisive a sostegno del primo hanno ribaltato quello che sarebbe stato il giudizio pressoché scontato dell'opinione pubblica perché, quando la si 'butta' sul piano ideologico, vi è l'immediata polarizzazione delle opinioni tra chi sostiene emotivamente una delle tesi e il potente di turno e chi li avversa.

A prescindere da ogni altra considerazione, se l'onorevole Berlusconi avesse avuto motivo di dubitare della imparzialità del collegio, avrebbe potuto ricusare tutti o alcuni dei suoi componenti, ma non solo non lo ha fatto, ma basta leggere i giornali che lo hanno sempre appoggiato per rendersi conto che quel collegio appariva imparziale perché 'moderato' e privo di elementi della sinistra dell'ANM. Io posso dire che conoscevo e conosco personalmente il rappresentante della Procura Generale, Antonello Mura che è un magistrato eccellente, a dire il meno, sotto tutti i punti di vista.

Giudizi lusinghieri e del tutto rassicuranti furono espressi da 'Libero', ad esempio, del 14 luglio 2013 su tutti i componenti del collegio che avrebbe dovuto giudicare Berlusconi e, naturalmente, sul sostituto della Procura generale. Nel titolo si precisa addirittura, in tono rassicurato, che il 'figlio del presidente frequenta a cena la Minetti'.

Poi, dopo la sentenza, diventano di colpo un plotone d'esecuzione...

Ho letto che è stata giustamente aperta un'indagine su tutta la storia che ha visto protagonista il giudice Franco.
Questa è l'unica notizia positiva che ho letto attorno a questa vicenda, mentre invece certi commenti vagamente stucchevoli e banalissimi, anche di certi miei colleghi a riposo, subito passati al 'garantismo', lasciano il tempo che trovano. Quale riforma può evitare comportamenti come quelli descritti a proposito della 'registrazione' di una camera di consiglio, di una decisione unanime e poi del pellegrinaggio 'a Canossa' del relatore ed estensore che viene registrato mentre chiede perdono al condannato  del suo stesso voto e della rivelazione della registrazione solo un anno dopo la morte del protagonista?

C'è bisogno di una riforma della giustizia per evitare queste situazioni?

Ma quello che continua, senza soste, è la guerra civile istituzionale tra 'politica', l'ambito di quella che dovrebbe essere la virtù della Prudenza e Giustizia che dovrebbe tendere alla virtù della Giustizia, entrambe imprescindibili in ogni consorzio umano.

Cosa si vuole? Una magistratura asservita al potere del 'Deep State', dello Stato 'profondo', ossequiosa verso il governo, pronta a servire gli interessi dei potenti di turno o una Repubblica 'dei giudici' in cui il momento politico delle scelte prudenziali in vista del bene comune è sacrificato ad un generico legalismo?

Io non lo so proprio a cosa si tenda, al fine che si abbia di mira in questa sorta di 'cupio dissolvi' in cui si vuol far precipitare la magistratura, in questo scandalo chiamato di 'Magistratopoli' dopo quello di 'Tangentopoli' che ha colpito i partiti della 'Prima Repubblica' che hanno, come minimo comune denominatore, peraltro, il fatto che a condurre l'accertamento sia sempre la stessa magistratura, stavolta non milanese, ma perugina. Sono magistrati della nostra città che, personalmente, conosco da anni e stimo profondamente. Offrono la massima garanzia di professionalità, imparzialità e indipendenza.

Dopo tanti anni in cui noi italiani ci siamo distinti nell'autolesionismo e nell'individualismo, nella spiccata tendenza a combatterci per fazioni, non sarà forse venuto il momento di un soprassalto d'orgoglio, di responsabilita' e di senso di appartenenza alla stessa comunita' nazionale con tutte le sue istituzioni?".

                             Giuliano Mignini, magistrato in pensione

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