Da vittime del terrorismo e della mafia al caso Palamara, l'ex pm Mignini: "Non confondere l'istituzione magistratura e i singoli"

Riflessioni sul ruolo di giudici e pm, sugli attacchi mediatici e lo scontro con i "poteri forti"

Il ruolo dei magistrati e della magistratura. Il servizio a favore della Giustizia e non delle parti. I rischi per i giudici negli anni pericolosi del terrorismo e delle indiagini sulla mafia. Fiono al recente caso Palamara. Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni di Giuliano Mignini, magistrato in pensione da pochi mesi, sulla sua professione, sul richiamo ai valori della Costituzione e della giustizia, scindendo l'istituzione magistratura dai comportamenti (se costituenti illecito penale, comunque da verificare) dei singoli.

"Questo articolo che sarà pubblicato nel contesto dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani, ha un carattere 'autobiografico', diciamo così. Ne sentivo il bisogno dopo una carriera in cui ho cercato di adempiere ai miei doveri di magistrato nel modo migliore, con passione e, soprattutto, con assoluta imparzialità.

Sono circa tre mesi che mi ritrovo in pensione, un po' disorientato, ma padrone del mio tempo come mi capitava di esserlo dai tempi dell'adolescenza.

Quali riflessioni suscita in me questa svolta, con lo sguardo anche ai problemi attuali che caratterizzano e affliggono la magistratura?

Io divenni magistrato e svolsi il tirocinio in un periodo in cui i magistrati o i loro rappresentanti venivano uccisi se facevano il loro dovere.

Ricordo in particolare l'assassinio del professor Vittorio Bachelet che avvenne quando io e gli altri vincitori del concorso del 1978 eravamo a Roma per un incontro di studi del CSM. Quel fatto ci colpì in modo indimenticabile e ricordo che ci recammo alla camera ardente allestita al CSM.

Riccardo Palma era stato ucciso a Roma il 14 febbraio 1978 dalle Brigate Rosse, più o meno contemporaneamente alle prove scritte del mio concorso. Il 10 ottobre 1978, quando avevo superato gli orali e, quindi, anche il concorso, fu la volta di Girolamo Tartaglione, anche lui ucciso a Roma dalle Brigate Rosse. Pochi giorni dopo, l'8 novembre 1978 sarebbe stata la volta di Fedele Calvosa, ucciso a Frosinone dalle Unità combattenti comuniste. Il 29 gennaio 1979, viene ucciso a Milano Emilio Alessandrini da Prima Linea. Non scendo oltre nei particolari. Dirò solo che tra il 1969 e il 2015, in 46 anni, sono stati uccisi 28 magistrati, con una concentrazione delle uccisioni negli anni dal 1978 al 1980, proprio quelli in cui affrontai e superai il concorso ed ebbi il mio primo incarico di Pretore a Volterra, che era sede di un'importante Casa di reclusione.

Sarei stato in tempo a ritirarmi, visto che quell'attività che avevo deciso di intraprendere era così rischiosa. E invece no. Come tanti altri, andai avanti.

Credevo che il magistrato dovesse temere le armi della 'ndrangheta, di cosa nostra o del terrorismo "nero" o "rosso" e solo queste.

Non immaginavo che c'erano altri pericoli nella vita del magistrato, azioni meno cruente ma che avevano la caratteristica di uccidere la fama e la reputazione del magistrato, presupposti imprescindibili per lo svolgimento della sua funzione.

C'è un dato incontestabile intanto. Il magistrato, sia che operi nel settore civile che nel penale, svolge un'azione autoritativa che risolve una controversia.

Non si tratta di un'azione con la quale vengono svolte delle prestazioni in favore dei privati, come quella dei professionisti e in particolare dell'avvocato o del medico o del commercialista e così via. Il magistrato è al servizio della Giustizia e la sua decisione scontenterà inevitabilmente la parte soccombente. E solo un santo accetterà di riconoscersi soccombente o condannato in sede penale perché ha torto. Non facciamoci illusioni. E allora il "soccombente" in via definitiva non penserà mai che il giudice abbia operato secondo giustizia. Ai suoi occhi la decisione in suo danno sarà sempre sospetta.

Ma questa è la situazione "normale" che io mi sono trovato di fronte per gran parte della mia carriera mentre, altrove, si verificava la tragica vicenda di Enzo Tortora (di cui a Volterra avevo conosciuto l'"accusatore", Pandico, che avevo interrogato su delega di altro ufficio, qualche anno prima dell'arresto del presentatore televisivo) e poi quella, ben diversa, di "Tangentopoli".

Nella seconda parte della mia carriera, mi sono imbattuto, invece, in due casi assolutamente singolari in cui questi problemi si sono inaspriti fino all'inverosimile, con caratteristiche del tutto particolari.

La prima fu la nota vicenda della morte del gastroenterologo perugino, collegata con la più efferata sequenza criminale della storia italiana nella quale mi sono trovato di fronte una situazione inedita: un segreto inconfessabile alla cui copertura hanno concorso le autorità dell'epoca e ambienti di potere locali e forse nazionali e in cui è emersa una pressante richiesta di non indagare e di chiudere subito le indagini, avanzata addirittura da chi avrebbe dovuto sollecitare invece il massimo impegno nelle indagini, cioè i più stretti congiunti del medico scomparso e questo, nonostante una vistosa e sconcertante omissione di accertamenti all'epoca del fatto. Non aggiungo altro se non che, nel contesto di un singolare contrasto tra uffici di Procura, io e il funzionario di Polizia che aveva svolto le indagini ci siamo ritrovati addirittura indagati con accuse che avrebbero potuto tranquillamente essere rovesciate contro gli stessi inquirenti che ci hanno indagato nel corso di un procedimento la cui sentenza è stata annullata per incompetenza funzionale della Procura procedente. E questo procedimento senza futuro ha comunque ostacolato le indagini e mi ha fatto perdere del tempo prezioso. La mia è stata un'indagine in salita che sono stato costretto a fare a distanza di sedici anni dal fatto, in pressoché totale solitudine e ancora oggi si cerca di nascondere la verità sulla vicenda, come accadde nel 1985, invocando la sentenza di un GUP che è, invece, stata annullata dalla Cassazione su mio ricorso. Qui mi limito a dire questo.

L'altra vicenda, quella dell'omicidio Kercher, ha evidenziato addirittura un problema di sovranità nazionale. Non l'avrei mai immaginato. Eppure, sin dall'inizio, appena dopo il fermo degli indagati, la mattina del 6 novembre 2007 e poi con crescente intensità, si è messo in moto un movimento non tanto in favore della giovane americana di Seattle quanto in odio alla Giustizia italiana e a me che la rappresentavo in quella vicenda e addirittura contro la stessa Perugia con rilevantissimi danni subiti dalla comunità cittadina.

E tutto questo semplicemente perché molti, non so quanti statunitensi, ma certo numerosi e con significativi appoggi politici, non tollerano la giurisdizione straniera sui loro cittadini. Solo per questo. Hanno dovuto sopportarla in questo caso ma non hanno fatto altro che cercare di delegittimarmi, diffamandomi e diffamando l'ordinamento italiano e addirittura, come ho detto, la mia città che è stata solo teatro del delitto, trovando un alleato prezioso nel "partito magistratofobo" in Italia e nel violento astio contro di me di un giornalista marchigiano e di un giallista statunitense, già coinvolti nella vicenda precedente. E non parlo della sentenza che ha chiuso senza rinvio la vicenda perché, considerate le sue numerose singolarita', dovrei farlo in un articolo a parte.

Ma veniamo all'attualità. Se non si mantiene un minimo di autocontrollo e di razionalità, la tempesta che sta investendo CSM, ANM e Magistratura rischia di produrre un "cupio dissolvi" in cui si confonde tutto.

"Mal comune, mezzo gaudio" dice un proverbio che pone in evidenza le conseguenze delle generalizzazioni.

Quando, invece di colpire selettivamente i responsabili di condotte improprie e illegittime, penalmente e/o disciplinarmente, si "colpisce nel mucchio", vuol dire che si ha di mira l'istituzione e che, quindi, si sta facendo una guerra civile istituzionale contro una determinata istituzione e in favore di un'altra o di oscuri centri di potere, tutt'altro che esenti da responsabilità, mentre la fedeltà alla Costituzione esige il rispetto di tutte le istituzioni e il loro equilibrio. Preceduti dall'indifendibile vicenda "Franco" e da certe trasmissioni televisive, oggi i titoli di una certa stampa sono inequivoci: "magistrati alla sbarra", "processo alla magistratura", "processare il sistema" per non parlare dell'inqualificabile "la magistratura è marcia" di qualche giorno fa. E per chi vuol colpire nel mucchio, Palamara è passato da "reprobo", già "tonno" per il defunto Cossiga (di cui non condivido assolutamente né quelle parole né il tono di dileggio con cui furono pronunciate) da quello che, a quanto risulta, voleva colpire Salvini anche se aveva ragione, a "eroe".

Palamara ha diritto di difendersi e di farlo nel modo che riterrà più opportuno ma assistere allo spettacolo di una stampa che, prima lo ha "linciato" e oggi lo glorifica solo perché lo considera il grimaldello per la generalizzazione delle accuse all'intera magistratura, è veramente qualcosa di intollerabile. Ci sarebbe da ridere se non si dovesse piangere.

Tutti colpevoli, nessun colpevole, l'importante è una magistratura "al guinzaglio" perché oggi i magistrati italiani sono "cani sciolti", parola di Luttwak. Questo e solo questo sarebbe il problema".

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Giuliano Mignini, magistrato

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