La notizia dei bersaglieri che entrano per primi a Porta Pia è una bufala, ecco perché

Chiarisce il professor Gian Biagio Furiozzi “Fu anche il fascismo a propalare questa falsa notizia, enfatizzandola". Documenti e resoconti svelano la 'bufala'

Quella dei bersaglieri che entrano per primi a Porta Pia è una bufala. Uno storico dello Studium perusinum spiega perché, valendosi di resoconti e documenti.

Chiarisce il professor Gian Biagio Furiozzi “Fu anche il fascismo a propalare questa falsa notizia enfatizzandola. Non è un caso che Mussolini avesse militato come caporale dei bersaglieri nella Grande Guerra e che, forse per questo, tendesse a magnificare il ruolo del Corpo di Lamarmora”.

In un documentatissimo servizio su “Camicia rossa”, periodico dell’Associazione nazionale veterani e reduci garibaldini (anno XL, n. 1. Gennaio-aprile 2020), Furiozzi smentisce la diffusa credenza con accuratezza di analisi e ricchezza di testimonianze.

Scrive il docente di Storia del Risorgimento italiano: “Le forze entrate in Roma vengono indicate come “truppe italiane”, “soldati italiani”, “artiglierie italiane”, “il Regio esercito”, “le armi di Cadorna” e, in qualche caso, “reparti di fanteria e di bersaglieri”. Ma non v’è dubbio che la vulgata faccia riferimento in primis ai bersaglieri.

Documenti di assoluta affidabilità sono i resoconti di due giornalisti, al seguito delle truppe del generale Cadorna. Dunque, testimoni oculari e partecipi.  Si tratta di Ugo Pesci e di Edmondo De Amicis (sì, quello di “Cuore”).

Erano due inviati di giornale: Pesci del “Fanfulla”, De Amicis di “Italia militare”.

Il resoconto sul “Fanfulla”. Pesci (nel resoconto “Come siamo entrati a Roma”, 1895, con prefazione del poeta vate Giosuè Carducci), scrive che il 12.mo battaglione bersaglieri, dalla breccia, e il 39.mo fanteria, da Porta Pia, entrarono in Roma “quasi contemporaneamente”.

De Amicis, nei “Ricordi del 1870-71” è più preciso e racconta: “Quando la Porta Pia fu affatto libera, e la breccia vicina aperta sino a terra, due colonne di fanteria furono lanciate all’assalto. Ho visto passare il 40.mo a passo di carica. L’ho visto, presso alla Porta, gettarsi a terra per aspettare il momento opportuno ad entrare. Ho sentito un fuoco di moschetteria assai vivo; poi un lungo grido: Savoia! Poi uno strepito confuso; quindi una voce lontana che gridava: Sono entrati! Allora giunsero a passi concitati i sei battaglioni bersaglieri della riserva… Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti”.

Commenta il professor Furiozzi: “In questo racconto troviamo due precisazioni importanti. Ovvero che gli ingressi furono due: la breccia e la Porta e che, se dalla breccia entrarono prima i bersaglieri, essi furono preceduti di alcuni minuti da due colonne di fanteria entrate dalla Porta principale”.

La conclusione di Furiozzi è condivisa da Antonio Di Pierro che, nel volume “L’ultimo giorno del Papa Re” (Mondadori, 2007) ha scritto: “Il primo soldato italiano a violare il ciglio della breccia, alle 10:10, è un bersagliere del 12.mo battaglione e si chiama Federico Cocito. Pochi minuti prima, i fanti del 39.mo reggimento avevano sfondato a Porta Pia”.

Sottolinea, inoltre,  Gian Biagio Furiozzi che i dispacci di Cocito e di Cadorna non nominano affatto i bersaglieri circa la primazia dell’entrata. Che va pertanto assegnata alla fanteria dell’esercito italiano.

A conferma di tutto ciò, l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (pubblicato nel 1910) asserisce che i fanti precedettero, seppur di poco, i bersaglieri. Cui va dunque strappata la palma del primato.

Conclusione riassuntiva: l’esercito entrò per primo dalla Porta, i bersaglieri (pochi minuti dopo) entrarono dalla breccia. Smentita dunque la vulgata dell’ingresso dei bersaglieri da Porta Pia. O, almeno, non ci entrarono per primi.

Una ulteriore scoperta storica di Gian Biagio Furiozzi consiste nell’accertamento del fatto che la massoneria inglese ebbe la notizia circa un’ora prima del Governo italiano.

Come poté accadere? “Sta di fatto che, per ordine di Cadorna, si era data priorità alle comunicazioni telegrafiche relative alla logistica e ai rifornimenti militari. Il messaggio della presa di Roma fu inopinatamente messo in coda e dato alla fine. Tanto che la massoneria inglese inviò le felicitazioni al governo italiano (con sede a Firenze) assolutamente ignaro dell’avvenuta conquista della Città eterna”.

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Onore e merito al nostro amico professor Furiozzi, ricercatore rigoroso ed esegeta attento dei documenti riferiti alla nostra storia nazionale.

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