INVIATO CITTADINO Ex Tabacchificio, Fressoia (Italia Nostra): "Un nuovo grande ghetto"

Il presidente di Italia Nostra boccia il social housing di via Cortonese. L'intervista

Cambiano i titoli nello spartito, ma la musica è sempre quella. Il social housing ai Tabacchi e gli interrogativi su chi mette i soldi, chi li guadagna e chi li (ri)mette. Luigi Fressoia chiede attenzione su operazioni di dubbia utilità sociale e di sicuro guadagno senza rischio per altri.
 

Esordisce dicendo: “Si chiamavano una volta Case Popolari, ma evidentemente è nome che non piace più. E allora si ricorre all’inglese che fa sempre fino. Quindi ora si dice Housing Sociale o Social Housing. Ma il succo è lo stesso: si costruiscono case con risorse pubbliche”.


Cosa succede ai Tabacchi?

“Alla ex Manifattura Tabacchi di via Cortonese (cantiere in corso) si sta procedendo a un grande piano edilizio-urbanistico di Social Housing: demolizione del vecchio complesso tranne il corpo “storico” lungo il viale, e ricostruzioni per circa 30.000 mq di cui circa 200 appartamenti ad uso “sociale” (categorie protette o comunque agevolate), circa 50 appartamenti a mercato libero, circa 60 uffici, tutte le opere di urbanizzazione”.

Con quali conseguenze?
“La prima osservazione è che l’attuale debolezza del mercato edilizio sconsiglierebbe investimenti di tal fatta per circa 30 milioni di euro (a occhio e croce). Crediamo fermamente che nessun imprenditore arrischierebbe una tal somma, se dovesse da solo affrontare il mercato, se dovesse fare quel che da sempre si fa pel vasto mondo: il costruttore costruisce, il cliente compra e, comprando, remunera l’intera filiera… e tutti vissero felici e contenti”.

Un tempo, come funzionavano le Case Popolari?

“Il meccanismo era semplice. Lo Stato aveva creato un proprio apposito Istituto chiamato I.a.c.p. (Istituto Autonomo Case Popolari), gli dava tot soldi all’anno ed esso, con propri uffici tecnici, progettava, appaltava, collaudava, assegnava ai bisognosi. Iniziò lo stato Sabaudo, dette forte impulso il Ventennio, continuò bene la Repubblica nel dopoguerra coi progetti dell’anteguerra. È da osservare che, comunque, da sempre curarono molto l’architettura, la buona urbanistica, il decoro, anche se la nomea “case popolari” implicò sempre una velata forma di spregio”.

Allora gli cambiarono nome, vero?

“Ha cambiato nome diverse volte: ora A.t.e.r., in mano alle Regioni, un ente che da decenni costruisce palazzi scatolone che deperiscono facilmente e assegnati per lo più a immigrati. Se prima il ghetto era semplicemente adombrato (mitigato da molto amor proprio degli assegnatari), da tempo il ghetto è pressoché assicurato”.

Come stanno le cose, in Italia, dal punto di vista della proprietà?

“Gli italiani all’80% hanno casa di proprietà. Più grandi e più belle degli altri, ma ahinoi molto più tassate…Sta il fatto che, per quella esigua fetta di popolazione che non riesce a farsi casa e che vogliamo aiutare, avendo costruito tanto-troppo dal dopoguerra (ma stagnando la demografia e l’economia), abbiamo a disposizione centinaia di case invendute, palazzi vuoti, capannoni vuoti”.

Anche a Perugia è così, vero? Se ne possono intravedere potenzialità?

“Centinaia di case invendute hanno il pregio di essere sparse in tutta la città e per il territorio. Sicché, utilizzando questo edificato a disposizione, si eviterebbe il sapore del ghetto (con relativa bomba sociale e fallimento urbanistico-architettonico) grazie alla diluizione di singoli soggetti deboli nei rispettivi contesti forti o almeno consolidati”.

Per continuare a costruire il superfluo, cosa si sono inventati?

“Lasciato a se stesso lo I.a.c.p., sono stati consorziati vari soggetti istituzionali e privati attorno a questa nuova forma, il Social Housing. La politica, che lo ha escogitato, sottolinea che i capitali in corso di investimento sono privati, quasi a scansare l’ombra del sospetto che si stia sprecando denaro pubblico ancora una volta. Ma in realtà, gira e rigira, se non è il mercato libero a remunerare tanto investimento, significa che dietro c’è sempre il denaro pubblico ad essere pompato. Però stavolta, a differenza del dopoguerra, senza vera utilità sociale”.

Insomma non è utile il Social Housing ai Tabacchi?

“Mi chiedo: 1- qual è lo scopo? 2- L’obbiettivo altisonante, dichiarato “sociale”, verrà raggiunto? Temo proprio di no”.

Dunque non va bene fornire casa ai bisognosi?

“Se lo scopo è fornire casa ai bisognosi, bastano quelle invendute, come ho detto all’inizio”.

Allora, quale il motivo di tale operazione non necessaria?

“Forse lo scopo è l’altro solito: accalappiare clientes. ‘Clienti’ che riverseranno soldi e/o voti ai partiti e loro singoli esponenti. Sulle spalle di tutti. Ovviamente”.


Prevedi un futuro scuro, un nuovo ghetto?
“Temo che duecento appartamenti, destinati a categorie protette e agevolate, produrrà facilmente un nuovo grande ghetto, un luogo non ambìto, ma di degrado, come già Fontivegge e l’Ottagono. Temiamo quindi che i 50 appartamenti a mercato stenteranno molto a trovare acquirenti, data la grande offerta in città e dintorni; ugualmente gli uffici”.

Insomma: quest’operazione era meglio non farla.

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