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LETTI PER VOI Fu così che espugnammo il Palazzo d’Inverno

Francesco Calabrese ci dice tutto nel volume ‘è impossibile’, Bertoni editore

Così avvenne che espugnammo il fortilizio del Palazzo d’Inverno. Francesco Calabrese ci dice tutto nel volume ‘è impossibile. benvenuti a Perugia’, Bertoni editore (240 pagine, euro 20).

Ecco come fu (rocambolescamente) ideato, e condotto a termine, lo storico rovesciamento che portò la destra ad amministrare la città di Perugia. Un progetto “ch’era follia sperar” e che si realizzò, grazie alla messa in campo di nuove idee e al tragico harakiri della sinistra.

Un libro che si dipana il 18 snelli capitoli, ciascuno a proprio modo esaustivo, ben scritti e densi di scene e retroscene. Risvolti poco noti a chi – come chi scrive – non ha mai seguito le dinamiche interne dei partiti. L’ascesa della destra viene declinata nei singoli step: dal passo indietro di Corrado Zaganelli al proposito di perdere con dignità o, addirittura, farcela. Fino alla scoperta della possibilità legata alla discesa in campo di Andrea Romizi: un “freghettino” che, alla prova dei fatti, si rivelò più tosto e maturo di quanto potesse apparire.

Capace perfino dello scontro, anche deciso, con amici che in qualche caso, come Francesco, ci rimangono spiazzati. Ma poi tutto si sana e si ripiana, in nome di un progetto appassionante, sentito e condiviso.

Nel libro si propongono figure ed eventi con uno stile fresco, condito di aneddoti e discorsi diretti. Che conferiscono spigliatezza alla narrazione… anche se le parole non dovessero essere state “proprio quelle”.

Sta di fatto che Francesco parla di sé e della politica, incrociando vicende e microstorie che insieme passano rapidamente dalla cronaca alla storiografia.

Un libro scritto in punta di penna e senza vanagloria: giuste rivendicazioni sì, ma niente di più. Modestia provata (e i segni sono importanti) dal titolo e sottotitolo scritti in minuscolo, come fosse un “detto tra noi!”. Sottovoce, non declamato né urlato.

La lettura ci fa scoprire disponibilità e travagli, figure – ad esempio – come quella di Otello Numerini di cui chi scrive non sapeva nulla [per proprio limite (s)oggettivo]. Un gruppo coeso, la squadra di Romizi, sebbene tormentato. Ne esce la capacità, insomma, di fare gruppo, superando esiziali personalismi.

Una narrazione, quella di Calabrese, cui si deve riconoscere il pregio dell’onestà e di un’analisi corretta. Restituendo con generosità agli avversari l’onore delle armi. Come quando, a pagina 230, Calabrese osserva “Wladimiro Boccali si muoveva in un ambiente politico dove non esistevano comuni missioni strategiche, ma ciascuno ormai agiva sostanzialmente per interessi e fatti propri, con logiche di mera gestione del potere, neanche più di gruppo o partito, ma sempre più individuali…”. Concludendo: “Alla fine, Wladimiro Boccali ha fatto da capro espiatorio di un sistema politico collassato, quello stesso che, poi, gli ha vilmente puntato il dito contro, lui, il responsabile della storica disfatta perugina!”.

E completa il quadro ricordando la vergogna di quando, allo stadio, Boccali fu sommerso “da fischi e insulti di ogni genere… coi due figli ai lati, uno lo teneva per mano…”. Un agguato, una canagliata, una pagina decisamente scura della nostra storia cittadina. Perché di Boccali si è detto e scritto di tutto. Ma la sua pulizia e correttezza non si possono mettere in discussione. Se non si è in malafede. A quell’episodio del Curi potrei aggiungere i fischi e le contestazioni di piazza Grimana, quando Boccali (ebbi il torto di avercelo consigliato) era venuto per smentire che Perugia fosse la capitale della droga. Pensava fosse giusto (e lo era) difendere la città da una diffamazione tanto grave e screditante quanto falsa e strumentale.

Si è trattato di episodi che disonorano la gens perusina. E sui quali Francesco Calabrese, da persona perbene, punta il dito. Ricordandoci che primo compito del politico, ma direi di ogni essere umano, è il rispetto dell’individuo. Controparte politica o meno che egli sia. Cui va riconosciuto lo status di avversario, senza etichettarlo come nemico. E questo è tipico degli animi nobili. Dico quindi – senza tema di vedermi assegnate appartenenze che non esistono – che Francesco appartiene a questa razza di veri signori. Lo dimostra, ancora una volta, con le parole e coi fatti.

Con questo libro, Francesco Calabrese ci racconta il suo modo di essere (stato?) protagonista. Ma conferma, soprattutto, di appartenente alla prima specie, l’unica rispettabile, fra le quattro categorizzate da Leonardo Sciascia. Uomo, dunque, non Quaquaraquà. Di questo gli va reso atto. Ed essere chiamato persona perbene, coi tempi che corrono, non mi pare merito da poco.

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