Covid-19, app per il tracciamento dei positivi: lotta al virus e tutela del diritto alla privacy

Pubblichiamo l'intervento di Stefania Stefanelli, Direttore del Master di primo livello in “Data protection, cybersecurity e digital forensics”, professore associato di diritto privato nell’Università degli studi di Perugia

Pubblichiamo l'intervento di Stefania Stefanelli, Direttore del Master di primo livello in “Data protection, cybersecurity e digital forensics”, professore associato di diritto privato nell’Università degli studi di Perugia. 

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La diffusione della pandemia COVID-19 ha modificato qualunque aspetto della nostra vita. Ogni singolo momento della nostra giornata è condizionato dalla convivenza forzata con un male contro il quale, al momento abbiamo poche armi. Tutte le nostre libertà e i nostri diritti sono stati, in qualche modo, intaccati dal rischio legato all’espansione della pandemia. Tra tutte, quella la cui compressione è maggiormente evidente, è la libertà di movimento, che è stata limitata con provvedimenti governativi sempre più stringenti. Per contrastare un’emergenza, si sa, siamo disposti a rinunciare momentaneamente o a veder temporaneamente compressi anche altri diritti fondamentali, tra cui quello alla protezione dei dati personali. Da questo punto di vista, tuttavia, si è commesso un enorme errore di comunicazione – da parte, soprattutto, di personaggi noti al grande pubblico – nel momento in cui si è definito il diritto alla privacy come un limite, un ostacolo, alle misure che potrebbero astrattamente essere messe in campo per contrastare COVID-19.

Si è detto, ad esempio, che sarebbe necessario recepire le stesse tecniche di contact tracing già sperimentate in altri paesi asiatici (Corea del sud e Cina) – in cui, secondo i dati comunicati da quegli stessi Paesi, si sarebbe riusciti a contenere la diffusione dell’epidemia – ma che questo sarebbe da noi impedito dalle norme sulla privacy. Non si è posto nell’identico rilievo, però, che il miglior contenimento della diffusione dell’epidemia in questi Paesi asiatici potrebbe dipendere, invece, da una più massiccia azione di monitoraggio sanitario, attraverso i tamponi, di una percentuale di soggetti molto più alta rispetto a quelli monitorati (e monitorabili) in Italia.

Con il termine “contact tracing” ci si riferisce a quelle tecniche più o meno avanzate (che vanno dalle semplici interviste ai contagiati da parte dei sanitari, al momento praticate in Italia, all’uso di tecnologie informatiche) in base alle quali si possono ricostruire gli spostamenti di una persona positiva al virus, e i contatti che la stessa può aver avuto con altri soggetti per tutto il periodo in cui avrebbe potuto contagiarli, in modo da individuare e controllare l’area di diffusione del contagio. In questo modo, isolando tutti i soggetti che siano potenzialmente entrati in contatto col virus, si potrebbe arginare l’ulteriore espansione della pandemia.

Il Governo ha recentemente nominato una task force di 74 persone che dovrebbe studiare il modo di introdurre, anche in Italia, quelle tecniche di contact tracing mediante dispositivi tecnologici, già sperimentate nei paesi asiatici: in sostanza, il tracciamento degli spostamenti delle persone avverrebbe essenzialmente sulla base di informazioni memorizzate o trasmesse dagli smartphone, nei quali verrebbe installata una applicazione a ciò dedicata.

Una applicazione come questa è potenzialmente in grado di incidere pesantemente sulle libertà fondamentali di ciascun individuo, ed è questo il motivo per cui si afferma che la privacy rappresenterebbe un ostacolo.

A mio modo di vedere, al contrario, la privacy non ostacola l’attuazione di queste tecniche, a condizione che si abbia bene a mente che si tratta di strumenti che comprimono un diritto fondamentale e, per tale motivo, la loro adozione deve essere attentamente valutata e limitata al periodo in cui permanga lo stato d’emergenza.

Sul versante delle norme in materia di protezione dei dati personali una delle più rilevanti, ai tempi del coronavirus, è quella contenuta nell’art. 14 del D.L. n. 14 del 9 marzo 2020, con la quale sono state introdotte notevoli semplificazioni agli adempimenti richiesti dal GDPR (Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali). Tali semplificazioni – ammesse e previste dallo stesso GDPR per far fronte a situazioni di emergenza – dipendono proprio dalla necessità di tutelare la salute pubblica.

Si prevede, ad esempio, che i dati personali possono essere trattati, da parte dei soggetti coinvolti istituzionalmente nel contrasto al COVID-19 (tra cui Stato, Regioni, Enti locali, Vigili del fuoco, Forze armate, Forze di polizia, ISS, Ministero della salute, strutture pubbliche e private che operano nell'ambito del Servizio sanitario nazionale etc.) con modalità semplificate rispetto a ciò che avverrebbe in una situazione di normalità. La stessa norma del DL 14/2020 prevede, inoltre, che una volta cessata l’emergenza, tutti i dati personali debbano essere nuovamente trattati secondo la disciplina ordinaria.

Questo è un profilo molto importante da tenere a mente. La libertà di movimento verrà recuperata, alla fine dell’emergenza. Dobbiamo garantire allo stesso modo che anche i dati raccolti durante l’emergenza non possano più essere trattati, dopo la sua auspicata conclusione, se non con tutte le garanzie ordinarie.

Del resto, le norme sulla protezione dei dati sono coinvolte anche nel disciplinare altri aspetti di gestione dell’emergenza, ai quali è bene prestare attenzione: il controllo del rispetto delle norme di contenimento degli spostamenti (anche a mezzo di droni); la garanzia che attività come smart working e la didattica online si svolgano con il minor sacrificio (in termini di diritti) per tutti noi.

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In conclusione, ritengo che le norme sulla privacy non ostacolino in alcun modo la tutela della salute pubblica e, anzi, a differenza di altri ordinamenti meno democratici del nostro, rappresentino una fondamentale garanzia contro il pericolo che si scivoli inesorabilmente lungo una china pericolosa già percorsa da altri Stati, perdendo progressivamente le garanzie e i diritti fondamentali faticosamente conquistati nel corso degli ultimi secoli.

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