Coronavirus, quante sono davvero le vittime da Covid e da 'lockdown'? Le cifre dell'Inps

L'analisi della mortalità nel periodo di epidemia mostra che nel primo bimestre del 2020 i decessi sono stati inferiori a quelli attesi e che la situazione è 'esplosa' a marzo. Difficile però quantificare quanti siano effettivamente i morti per coronavirus

Ci sono stati davvero più morti rispetto agli anni precedenti? E quanti sono davvero i decessi da coronavirus? Due domande frequenti, alcune volte portate a sostegno di tesi 'complottiste', a cui cerca di rispondere l'Inps attraverso una "Analisi della mortalità nel periodo di epidemia da Covid-19". E se nel primo caso i dati dello studio sembrano eloquenti è invece più difficile stimare il numero esatto delle vittime del covid, con i dati forniti dalla Protezione Civile ritenuti da diversi epidemiologi sottostimati in quanto non tutti i decessi vengono testati con un tampone (e ci sono poi i pazienti che sono morti a casa senza essere prima sottoposti a tampone). 

Andiamo ad analizzare il contributo dell'istituto previdenziale, che si basa sui dati relativi ai decessi che affluiscono regolarmente all’Inps e che risultano disponibili negli archivi amministrativi ('Anagrafica Unica') aggiornati al 30 aprile 2020. "Lo studio - spiega il documento - è stato condotto separando i due periodi che vanno dall'1 gennaio al 28 febbraio 2020 e dall'1 marzo al 30 aprile in modo da evidenziare gli effetti sulla mortalità della pandemia da Covid-19 che si è diffusa prepotentemente a partire dalla fine di febbraio. Per determinare la mortalità attesa e nello stesso tempo tener conto della variabilità sia infra-annuale sia per area geografica, si è fatto riferimento ad una 'baseline' determinata come media dei decessi giornalieri avvenuti negli anni 2015-2019 ponderata con la popolazione residente".

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Una 'baseline' che indica come ogni anno il picco di decessi arrivi a gennaio (l'influenza stagionale è la causa che determina un eccesso di mortalità nei periodi invernali) per scendere giù fino a maggio, poi un'altra impennata in estate (con temperature e umidità elevate le persone che vivono in città hanno un rischio maggiore di mortalità rispetto a chi vive in ambiente sub-urbano o rurale) e di nuovo in discesa fino a settembe, prima di ricominciare la salita. Un andamento rispettato nel periodo che va dal primo bimestre del 2020, che registra però un numero un numero di decessi (114.514) inferiore di 10.148 rispetto ai 124.662 attesi dalla baseline (e dunque una mortalità inferiore). Tutto cambia invece nel secondo bimestre, in coincidenza dunque con il diffondersi dell'epidemia: ecco così che dall'1 marzo al 30 aprile 2020 (con 156.429 morti), si registra un aumento di 46.909 decessi rispetto ai 109.520 attesi. "Il numero di morti dichiarate come Covid-19 nello stesso periodo sono state di 27.938. A questo punto - è l'interrogativo dell'Inps - ci si può chiedere quali sono i motivi di un ulteriore aumento di decessi pari a 18.971?".

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A confermare la forte incidenza del coronavirus su questa crescita di decessi rispetto a quelli attesi c'è poi la 'fotografia' territoriale fatta dalll'Inps: "Le province di Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi e Piacenza presentano tutte una percentuale di
decessi superiore al 200%. Quasi tutto il nord-ovest dell’Italia risulta interessato da un incremento dei decessi superiore al 50%. Le regioni che si affacciano sul mare Adriatico presentano incrementi contenuti ma significativi. Nel sud Italia, la Puglia, che è stata la regione interessata dai maggiori rientri dal nord alla vigilia dell’uscita del DPCM del 9 marzo, è quella che evidenzia un maggiore incremento della mortalità". E ancora: "Interessante è il caso del Veneto che, nonostante abbia avuto a febbraio un focolaio di epidemia da Covid-19 come in Lombardia, ha saputo contenere la propagazione grazie ad un approccio sanitario diverso rispetto a quello lombardo".

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Più o meno direttamente dunque, secondo l'Inps, il Covid è stato il fattore determinante nell'aumento della mortalità: "Tenuto conto che il numero di decessi è piuttosto stabile nel tempo, con le dovute cautele, possiamo attribuire una gran parte dei maggiori decessi avvenuti negli ultimi due mesi, rispetto a quelli della baseline riferita allo stesso periodo, all’epidemia in atto. La distribuzione territoriale dei decessi strettamente correlata alla propagazione dell’epidemia e la maggiore mortalità registrata degli uomini rispetto alle donne è coerente con l’ipotesi che la sovra-mortalità sia dovuta a un fattore esterno, in assenza del quale una eventuale crescita di decessi dovrebbe registrare delle dimensioni indipendenti sia dal territorio che dal sesso".

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I 'danni collaterali' dell'epidemia sono invece 'fotografati' dal confronto tra la curva della mortalità giornaliera ufficiale con quella dei decessi giornalieri da Covid, che hanno un andamento simile con numeri superiori a quelli della 'baseline' (riferita al periodo 2015-19): numeri in parte spiegabili con la mancanza di tamponi ma riconducibili anche "agli effetti di contenimento del virus che ha prodotto il regime di lock-down imposto a partire dal 9 marzo". Un periodo che ha avuto infatti svariate ripercussioni sulla mortalità sia in negativo che in positivo: "Pensiamo ad esempio alle persone che muoiono per altre malattie - spiega l'Inps -, perché non sono riuscite a trovare un letto d'ospedale o perché non vi si sono recate per paura del contagio, oppure alla riduzione delle vittime della strada o degli infortuni sul lavoro per il blocco dell'Italia". 

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