L'INTERVENTO L’urgenza sociale dell’antropologia per il post-covid

Pubblichiamo l'intervento di Massimiliano Minelli, Daniele Parbuono e Giovanni Pizza, professori associati di Antropologia culturale dell'Università degli studi di Perugia

Pubblichiamo l'intervento di Massimiliano Minelli, Daniele Parbuono e Giovanni Pizza, professori associati di Antropologia culturale dell'Università degli studi di Perugia.

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Mala tempora currunt a quanto pare ma, per chi come noi si occupa di antropologia socioculturale, bene e male, buono e cattivo, giusto e sbagliato, sono concetti non assoluti, da storicizzare. Esprimono percezioni, concezioni e narrazioni del mondo, piuttosto che descrivere verità di carattere assoluto. Soprattutto in questo tempo che abbiamo sentito come sospeso, come momento di lunghe “eccezioni”, in questo poco definito e prolungato “margine” tra i ritmi biosociali a cui eravamo abituati e quelli su cui dovremo ridefinirci nel post-coronavirus, abbiamo bisogno di tentare si distanziamenti, ma non sociali, piuttosto interpretativi: vogliamo sospendere le nostre abituali attitudini al giudizio per provare a riflettere criticamente su quanto sta accadendo. Appunto, su cosa significhi bene e su cosa significhi male.

Siamo tuttora profondamente colpiti dal dolore diffuso, dalla sofferenza, dalla morte e pure dal modo in cui dolore, sofferenza e morte sono state gestite e agite nelle modalità “a distanza” cui il Covid-19 ancora in qualche modo ci costringe. “Mia madre non ce l’ha fatta, era anziana e malata; ma i protocolli sanitari nel tempo del virus sono un calvario; è tutto più difficile”, racconta una collega in questi giorni, “almeno io l’ho potuta salutare; mia sorella forse riuscirà ad avere il permesso di venire da Roma; a mio fratello, che abita in Puglia, poverino, proporrò di stare con noi via telefono”. Abbiamo troppo spesso ascoltato parole simili. E ancora “mio figlio mi ha comprato un cellulare con internet e le videochiamate, così sto tutto il giorno a parlare; prima da sola diventavo matta”, ci ha raccontato una anziana signora perugina.

Poi ci sono le chat con i gruppi di amici, quelle di vicinato, dei colleghi, dei (vecchi) compagni di classe, dello sport, del partito, dell’associazione, della preghiera; le videochiamate multiple per pranzo e per cena; le riunioni online, il lavoro online, le cene online, gli aperitivi online, i giochi online, lo sport online, la musica online, l’arte online, il sesso online. Una quantità enorme di relazioni che, per necessità contingenti, si sono flesse alle modalità telematiche accelerando uno straordinario, quanto paradossale, processo di “avvicinamento a distanza”. Paradossale nel senso che, pur ritrovandoci separati o distanziati “per legge”, sentiamo tutti (e in questo caso, pensando alle immagini che ci stanno arrivando da tutto il mondo, possiamo permetterci di generalizzare) la necessità del contatto, anche se surrogata e digitalmente mediata.

L’Antropologia non si trova di certo spiazzata di fronte a questa diffusa esigenza umana. Si tratta di una scienza di relazioni, che studia relazioni, ma al tempo stesso produce relazioni nell’atto stesso della ricerca, della pratica etnografica. La sfida per noi è proprio quella di capire cosa le modalità di nuova prossimità possano produrre sul piano culturale. Usciremo differenti da questa inedita esperienza collettiva certo, ma in fondo il tema della differenza è un punto di partenza per l’antropologia: tutto quello che ogni giorno vediamo, se lo osserviamo con attenzione è diverso, perché noi stessi siamo sempre diversi rispetto a quel che si era.

Relazione è la parola chiave del nostro lavoro di antropologi. Essa rimanda alla solidarietà. All’idea stessa di società e di cultura. Idee contrarie alla nozione di “distanziamento”, se non nella accezione che ne abbiamo dato noi, quella riflessiva, di un pensiero che si fonda sullo sguardo da lontano, sullo straniamento che rende vicino ciò che è lontano e viceversa. Anche per quanto riguarda le antropologie che pratichiamo a Perugia: l’antropologia medica, l’antropologia del patrimonio, l’antropologia politica. Un unico intreccio tra punti di vista differenziati che mai come ora ci appaiono urgenti e integrabili con tutti gli altri. La nostra antropologia medica, per esempio, è suscettibile di un attento uso sociale. Cosa è l’antropologia medica? Lo studio del corpo, della salute e della malattia dal punto di vista sociale, culturale e politico. Ma anche lo sguardo critico e operativo che nasce dalla esigenza di riconfigurare i problemi che ci affliggono e che sentiamo il bisogno di contribuire a risolvere. Per esempio, la salute mentale, alla cui soluzione il nostro territorio ha dato molto, anche in termini di critica delle vecchie istituzioni che se ne occupavano. L’invenzione di una nuova sanità basata sulla collaborazione di tutte le persone coinvolte e fondata sull’idea stessa della partecipazione alla società; una solidarietà di con-cittadinanza, è patrimonio di questa Regione e lo diventò, con la legge Basaglia, dell’intero Paese. Non si può tornare indietro.

Cosa sta determinando in noi, cittadini, ricercatori e docenti universitari questa crisi nella nostra Regione e nel nostro Ateneo, dal punto di vista della salute pubblica nell’una e della didattica e della ricerca scientifica nell’altro?  Noi crediamo che questa pandemia – con i correlati sociali e culturali che ne derivano, nello scrupoloso rispetto individuale e collettivo di tutte le regole che il Governo ha emanato, in accordo con i medici e con i sanitari che se ne stanno occupando – abbia reso evidente un punto con estrema chiarezza: l’essere umano non è solo biologia, è anche società.

Come è sempre stato sostenuto dal nostro indimenticato Maestro Tullio Seppilli, in antropologia medica il biologico e il sociale sono inestricabilmente legati. E questo non può che accrescere anche l’unità consiliente tra bioscienze e scienze sociali. Non può che rendere indispensabile l’idea di una interdisciplinarità avanzata e concreta. Non solo predicata. Ma finalmente realizzata. A tutti i livelli. Non c’è confine tra i due mondi delle cosiddette scienze umane e delle cosiddette scienze-scienze (che non sono certo disumane). E sostenere questa volontà unitaria tra le scienze, questa “integrazione” scientifica, non vuol dire affatto destituire di autorevolezza i saperi della vita, anzi, significa conferire loro un ulteriore e forse più vero valore scientifico: la vita non è solo bìos, ma si identifica anche con l’insieme dei rapporti sociali che servono a viverla, con le emozioni che servono a ricordarla, con i sentimenti che servono a interiorizzarla. Questa è oggi la convinzione di tutti, questo è oggi il dato basato sull’evidenza.

Certo occorre ora ripensare e rigovernare le nostre relazioni. Occorre farlo a partire dalle nuove forme che esse vanno assumendo nel nostro territorio. Per l’antropologia osservare partecipando a questa rimodulazione è un metodo fondamentale. L’antropologia è proprio la scienza di tali relazioni. Chi la pratica riflette oggi, lavorando empiricamente, sulla “prossemica”, cioè sugli spazi che intercorrono tra i diversi soggetti che variano sempre e, a clamorosa maggior ragione, variano adesso. Sono spazi fisici, inter-corporei. Per esempio, ora che come persone imponiamo una distanza, nuove abitudini di prossimità, cosa va cambiando nelle nostre idee di noi stessi e del rapporto con gli altri? Cosa ne è dei vicini, dei comuni, in chi ci specchieremo? Ora che vediamo a rischio le carceri come già le residenze protette, gli ospedali e le reti dei servizi sanitari sul territorio, come dobbiamo operare, come dobbiamo cambiare? Che fare?

Noi pensiamo sia giunto il momento di costituire laboratori scientifici permanenti di osservazione dei cambiamenti anche spontanei che l’epidemia ha determinato nei singoli e nella dimensione collettiva, così come in quella istituzionale della nostra regione Umbria. Ripensiamo il rapporto pubblico privato. Riformuliamo la questione sanitaria del diritto alla salute sul nostro territorio. Spesso dagli adattamenti attivi della società si sono potuti attingere altrettanti insegnamenti per chi ci ha governato; per questo oggi occorre un monitoraggio attento.

Occorre un lavoro comune, di insieme, una strategia collettiva che sappia integrare i punti di vista più doversi sulle persone e sul mondo. Le antropologie che sanno scientificamente muoversi con gli strumenti della ricerca etnografica sono ora necessarie: ponendosi nel punto più vicino alle persone reali, che fanno cose reali, in contesti reali, le etnografie possono aiutarci molto a raccogliere dati e a esaminarli, certo, ma anche ad agire, a operare, a modificare processi sociali in atto. Non siamo tuttologi, ci mancherebbe. Siamo scienziati ancillari, supportiamo le altre scienze a giungere al loro obiettivo. Possiamo guardare in profondità a ciò che succede, fingendo come i gatti di dormire, ma essendo in realtà forse più intrusivi, più che desti, pronti ad acchiappare la preda della conoscenza e della comprensione.

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 Anche nella nostra Regione avvertiamo che l’epidemia è stata un evento da day after. Ma come antropologi guardiamo sempre al futuro. Scientificamente. Potremo sapere e conoscere criticamente solo dopo il dopo. Intanto, ai colleghi delle altre scienze, ai decisori politici, alle competenze tecniche, diciamo: “restiamo tutti uniti, non separiamoci ora; per contribuire alla gestione di un dopo migliore”. Tutto andrà bene. E tutto dovrà essere cambiato in meglio.

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