#FerroGommaShow - Il Frecciarossa cade vittima del Coronavirus. L’Italia resta con sole 23 Frecce

Rimodulati anche gli intercity. Trenitalia – “Decisione sofferta ma inevitabile”. Il personale: “Per lo Stato siamo immuni”

Era nell’aria fin dalle prime ore del decreto con cui il governo Conte mandava a casa gli italiani per fronteggiare l’emergenza epidemia. Nella serata del 12 marzo è infine giunta la conferma: il Frecciarossa di Perugia è caduto vittima del Coronavirus.

L’unico treno veloce avente origine in Umbria è stato dunque falcidiato nel quadro di una profonda rimodulazione dei servizi voluta da Trenitalia per far fronte all’emergenza Coronavirus e al conseguente calo di utenza. Praticamente su tutto il territorio nazionale si assistito alla drammatica rimodulazione del servizio ferroviario veloce.

Sono solo 23 i treni Freccia che si sono salvati dalla sforbiciata che ha colpito i treni a mercato. Di questi 23 nemmeno uno attraversa il cuore verde d’Italia, poiché anche il Frecciabianca Ravenna – Roma Termini, che interessava il nostro territorio regionale, è caduto assieme al Frecciarossa Perugia – Milano.

La mattinata del 13 marzo si annuncia dunque una giornata impossibile per quanti in Umbria si muovono abitualmente con le Frecce. Fonti interne a Trenitalia parlano del taglio dei servizi come di una “razionalizzazione inevitabile onde contenere le perdite e dare un contributo al paese in questo momento difficile”. Il riferimento di Trenitalia va inevitabilmente al fatto che nell’ultima settimana i treni a mercato hanno girato con una media di 50% di passeggeri in meno, toccando punte di oltre il 90% sui collegamenti meno redditizi e frequentati. Salvo le punte di passeggeri del week end scorso in occasione della breve “fuga” dalla Lombardia verso sud, di fatto la situazione che si era venuta a creare prefigurava un già ampio deterioramento nel settore dei treni a mercato.

Tuttavia in Umbria sono invece stati conservati tutti gli intercity che collegano la regione sia con il nord che con il sud. A differenza di altre regioni ove i suddetti treni hanno subito tagli o sostituzioni con autobus, in Umbria si sono salvati sia il l’intercity 580 “Tacito” Terni – Milano, che il 531 Perugia – Roma Termini. Salvo anche l’Ancona – Roma Termini, intercity 533, ben noto e frequentato nel folignate e nello spoletino, così come nel ternano.

(Per maggiore chiarezza alleghiamo al presente articolo le tabelle con i treni Freccia ed Intercity che saranno regolarmente in servizio da domani a data da destinarsi).

In questo momento difficile, è ben comprensibile quali siano le motivazioni che hanno spinto l’azienda ferroviaria nazionale a prendere tale decisione, peraltro perfettamente concorde con gli obbiettivi che si pongono i decreti governativi volti ad arginare il diffondersi dell’epidemia. Tuttavia, malgrado la rimodulazione abbia comportato anche il riposo forzato di una rilevante quota del personale ferroviario normalmente in servizio, la necessità di garantire comunque il minimo di mobilità della nazione ha giocoforza imposto che parte del personale sia dovuto rimanere al proprio posto. Questi uomini e donne, macchinisti, capi treno, operai, tecnici e addetti vari, malgrado siano vincolati alle ferree regole del contratto lavorativo che impone loro il silenzio, hanno comunque manifestato in alcuni casi i propri timori. “Dobbiamo essere immuni per garantire il paese nella semi chiusura”, ci dice Mario (nome fittizio), in ferrovia da 20 anni. “Abbiamo paura ad andare a controllare i biglietti. Guanti e mascherine non bastano, ma purtroppo giustamente non possiamo girare con la tuta anti contaminazione”, dice Giovanna (nome fittizio), Capo Treno in servizio da otto anni sulla Roma - Ancona. “Abbiamo paura, ma non lo possiamo dire ai viaggiatori che non hanno alternative e si devono spostare per lavoro” spiega Francesco (nome fittizio), Capo Treno nel triangolo tra Firenze e Foligno. “Se ci ammaliamo siamo solo dei numeri. Speriamo che finisca presto. In officina non solo mancano i DPI sanitari raccomandati, ma anche se ce li avessimo sarebbe difficile rispettare il metro di distanza, così come la maggior parte delle altre prescrizioni sul luogo di lavoro”, racconta Luigi (nome fittizio) da 10 anni operaio alle Officine di Foligno.

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