Coronavirus, test sierologici: come funzionano e perché sono importanti

Pubblichiamo l'intervento di Stefano Brancorsini, professore associato di patologia clinica del dipartimento di medicina sperimentale dell'Università degli Studi di Perugia

Pubblichiamo l'intervento di Stefano Brancorsini, professore associato di patologia clinica del dipartimento di medicina sperimentale dell'Università degli Studi di Perugia. 

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L’ingresso di un agente estraneo, come un polline od un virus, attiva una potente risposta del nostro sistema immunitario. Durante la reazione del sistema immunitario, la formazione e l’attivazione delle immunoglobuline, denominate anche anticorpi, sono i meccanismi che permettono di identificare l’agente estraneo, definito antigene. Dopo l’attivazione, gli anticorpi, proteine a forma di Y prodotte dai linfociti B, si legano in maniera specifica all’antigene ed attivano la sua distruzione. Esistono 5 classi di anticorpi distinti in base alla loro struttura, funzione e distribuzione e prendono i nomi di IgG, IgM, IgA, IgE ed IgD. Quando un agente infettivo, ad esempio un virus, aggredisce l’organismo per la prima volta, le immunoglobuline impiegano un po' di tempo per accorgersi della sua pericolosità. Tuttavia, dopo aver eliminato l’agente infettivo, nel nostro circolo rimangono delle cellule, definite di memoria, che hanno la capacità di produrre rapidamente gli anticorpi quando si ripresenta lo stesso agente infettivo e di debellarlo in maniera più rapida ed efficace; è proprio su tale principio che si basano le vaccinazioni.

I primi test diagnostici che sono stati introdotti per identificare il codice genetico del virus SARS-CoV-2 si basano sul prelievo di secrezione mediante il tampone naso-faringeo in pazienti che presentavano i sintomi della Covid-19. Il test, fondamentale per effettuare diagnosi di Covid-19, non può fornire indicazioni se un individuo è stato infettato dal coronavirus in tempi precedenti. Infatti, il codice genetico del virus si presenta dal momento dell’infezione fino a 22-23 giorni circa, raggiungendo un picco a 14-15 giorni. Questo ovviamente non comprende i casi di pazienti che sono risultati positivi all’analisi del codice genetico fino a 35-37 giorni. Il motivo di queste variazioni è ancora in fase di studio.

I test sierologici, di cui si parla in questi giorni, non identificano il codice genetico del virus, bensì gli anticorpi IgG e IgM che sono il prodotto delle cellule di memoria di un individuo. Queste immunoglobuline sono state generate quando l’individuo è entrato in contatto con il coronavirus.

Il test si basa sulla capacità degli anticorpi di legarsi in maniera specifica ad un antigene del virus, in genere la sua componente proteica. La tecnica consiste nel mettere il siero del paziente in contatto con un antigene della SARS-CoV-2 e misurare gli anticorpi IgG ed IgM legati ad esso. Il test rapido si basa sulla stessa metodica e si effettua su una membrana su cui è legato l’antigene ma ha una specificità ed una sensibilità minore. In entrambe i casi si analizza una piccola quantità di sangue perché è in quel fluido biologico che si trovano le cellule della memoria immunitaria e gli anticorpi.

La domanda che in questi giorni è emersa è perché, ora che abbiamo il test, dobbiamo effettuare ancora indagini per capire se funziona? Il problema è metodologico. Per effettuare il test sierologico è necessario conoscere la struttura delle proteine del coronavirus, al momento non ancora perfettamente caratterizzate. Il problema è che queste proteine per produrre i test sierologici devono avere una struttura più simile possibile a quelle del coronavirus ma, essendo prodotte in laboratorio con un processo lungo e laborioso, non sempre si riesce ad avere il prodotto giusto.

La ricerca degli anticorpi serve per capire se un individuo è entrato in contatto con il virus SARS-CoV-2 e l’analisi è di rapida esecuzione, mentre la valutazione del codice genetico richiede molto più lavoro, più reagenti, personale preparato e deve essere ripetuto per confermare i risultati. Queste caratteristiche potrebbero rendere i test sierologici molto utili per velocizzare la diagnosi di infezione di SARS-CoV-2 in atto.

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Al momento, i dati a disposizione non sono sufficienti per confermare questa ipotesi ancora in fase di studio. Infatti, il Dipartimento della Protezione Civile Nazionale della Presidenza del Consiglio ha specificato che i test basati sull’identificazione di anticorpi diretti verso il virus Sars-Cov-2 non sono utili per effettuare diagnosi rapida nei pazienti infettati. Il test di analisi del codice genetico virale nel materiale ottenuto dal tampone rino-faringeo rimane l’unico test per diagnosi di Covid-19 (Circolare del Ministero della Salute, 03/04/2020). La ricerca degli anticorpi è fondamentale per avere dati epidemiologici di diffusione del virus anche in soggetti asintomatici e nei bambini e sarà estremamente preziosa per capire se siamo stati infettati dal SARS-CoV-2 e se abbiamo sviluppato l'immunizzazione al Covid-19.

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