Coronavirus, le metafore pericolose: guerra e tempo sospeso

Pubblichiamo l'intervento di Nicoletta Ghigi, professore associato di Filosofia Teoretica dell'Università degli Studi di Perugia

Pubblichiamo l'intervento di Nicoletta Ghigi, professore associato di Filosofia Teoretica dell'Università degli Studi di Perugia.

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Continuamente, ogni giorno e in ogni dove, definiamo questo momento di emergenza sanitaria come uno stato di guerra. “Un nemico invisibile, diciamo, ci sta attaccando in maniera silente e vile, senza pietà”. Ci aggredisce instancabilmente, in ogni parte del mondo, pur senza reclamare neppure un bottino, un pezzo di territorio, una qualche ricchezza che noi umani possediamo. Nulla di tutto ciò. Il nemico ci attacca senza sosta e senza patteggiamenti, sembrerebbe, soltanto per devastare e per perpetuare la sua esistenza. Nulla interessa ad esso dei nostri averi, del nostro dolore, del nostro stare al mondo, della nostra storia, e neppure della nostra economia.

Ma che razza di guerra è allora questa? Certamente qualcosa di inaspettato, di insolito. Una lotta senza motivazioni raziocinanti, evidentemente impari, tra due enti totalmente differenti, e di cui uno, addirittura, neppure sa di essere in battaglia. È allora necessario e utile definire questo momento storico una guerra?

Cerchiamo di riflettere e di attribuire i nomi alle cose, sapendo che questi, dando significato, finiscono per acquisire un senso attivo che influenza e determina il nostro vivere. Il termine “guerra”, scelto perché ci evoca qualcosa di noto e, quindi, di meno spaventoso dell’ignoto, tuttavia, oltre che poco vicino al vero, presenta un’altra serie di inconvenienti di non poco conto.

Intanto: se la metafora della guerra, sottoposta ad analisi, appare inappropriata perché il nemico non è consapevole di essere in guerra e non ha neppure un comportamento intenzionale (si dichiara guerra tra pari, e la guerra è il risultato di un calcolo e di una scelta), diciamo che propriamente questa non è una guerra. Ancora e, soprattutto, inappropriata, appare perché evocatrice di devastazione, violenza, paura, dolore, immobilità, imposizione, angoscia, provocata da esseri umani a detrimento di altri esseri umani, cosa altrettanto non reale.

Evitando, dunque, di cedere alla tentazione delle finte “analogie-trappola” tra la guerra e il tempo di Covid-19, potremmo, per un attimo, provare a lasciare andare la metafora della guerra, per la sua mancata attinenza descrittiva del presente, e tentare di immaginarne un’altra, magari, più funzionale.

Iniziamo con il guardare con attenzione a ciò che sta accadendo, ovvero con il prendere coscienza della reale situazione. Questo non vuol dire creare mostri inesistenti e, magari, sostare nel dolore (benché umano e legittimo) di paura e angoscia, infinitamente, straziandosi e ruminando continue lamentele. Oppure, immaginare scenari futuri devastanti e starli a contemplare, tutti insieme, inveendo gli uni contro gli altri, coadiuvati e corroborati dalla forza dei social.

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Prendere coscienza di quello che stiamo vivendo significa guardare con coraggio a quanto abbiamo prodotto fin qui, ai nostri errori, a ciò che non ha comunitariamente funzionato. Significa altresì immaginare individualmente e comunitariamente soluzioni, e creare possibilità per la rinascita, dapprima vitale-emotiva e, poi, funzionale (economica, sociale, ecc.). Vuol dire insomma, parafrasando Ernesto de Martino, non lasciarsi travolgere dall’onda di devastazione che il virus ha generato nel nostro universo, ma passarci consapevolmente attraverso, con la precisa intenzione e la ferma volontà di volerne uscire, individualmente e socialmente, migliori, rafforzati, consapevoli, cioè, di ciò che vogliamo essere, e di ciò che non vogliamo più essere. Tutto sommato, piuttosto che l’epoca della guerra, quella di Covid-19 potrebbe essere immaginata come quella della “grande possibilità”, come l’era di un tempo vissuto con coscienza e volontà di rinascita, da parte di ciascuno. Non, dunque, come un “tempo sospeso” dell’attesa di ciò che verrà ed in cui, come scriveva Thomas Mann, “non ci si invecchia mai”, perché “non si è veramente vissuto”, ma, per contro, come sostanzialmente il tempo della vita, vissuto con la massima pienezza e con ancora più consapevolezza e volontà di vita, di quanto l’umanità finora abbia mai avuto.

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