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Coronavirus, il futuro dalla crisi: ripensiamo e rifacciamo società insieme

Pubblichiamo l'intervento di Uliano Conti, ricercatore in Sociologia Generale dell'Università degli Studi di Perugia

Il profondo cambiamento sociale indotto dalla pandemia si sta muovendo su molteplici dimensioni, in uno scenario la cui complessità è difficilmente riducibile. La trasformazione sociale si articola in momenti diversi e assume caratteri differenti a seconda del dove e del quando. Se pensiamo all’Italia, ci troviamo oggi alle porte della cosiddetta fase 2 e la situazione è diversa da quella che avevamo di fronte il 9 marzo (data del DPCM “nuove misure per il contenimento e il contrasto del diffondersi del virus Covid-19”). La trasformazione sta coinvolgendo tutti i campi del sociale, dal lavoro alla politica, dalla giustizia alla famiglia; l’incertezza della quale parlava Ulrich Beck in Risikogesellschaft (società del rischio) tocca tutti concretamente e da vicino.

Si tratta di un mutamento così radicale che l’utilizzo dei verbi al futuro, parlando della fase 2, non va inteso come predizione, ma in una prospettiva analitica dialogica. È presto per trarre bilanci o per fare previsioni, ma è possibile comunque individuare i termini per una grammatica del dopo, del possibile. Essi ruotano intorno ad alcune coppie semantiche non contrapposte, ma compresenti nella fase 1, e che caratterizzeranno con toni differenti la fase 2: potenzialità-attualità; noi-loro.

In questo periodo ci sono stati cambiamenti che hanno attuato, concretizzato potenzialità trasformative già esistenti prima: ad esempio, nel lavoro e nel pubblico molte procedure amministrative potevano già essere dematerializzate e gestite a distanza; la pandemia ha costretto a rendere attuali le potenzialità esistenti, ha molto accelerato la realizzazione di possibilità già presenti prima. La velocizzazione dei processi in alcuni ambiti ha convissuto con un rallentamento avvenuto su altri fronti, come quello dei ritmi della vita quotidiana, spesso fatta di attese. Nella fase 1, lo smart working, che ha riguardato lavoratori in un certo senso privilegiati da questa opportunità, si è diffuso non solo in ambito amministrativo, ma anche formativo. In futuro, si tratterà di considerare quando l’interazione in compresenza non sarà sostituibile e in questo senso, ad esempio, nelle attività di formazione l’interazione in compresenza sembra essere una componente fondamentale.

Allo stesso tempo, la pandemia ha imposto la necessità di inventare, di creare nuove possibilità, impensabili due mesi fa. Le misure elaborate per limitare il diffondersi del contagio, ad esempio, sono state misure inedite. La permanenza, l’isolamento per settimane a casa hanno caratterizzato la fase 1. Si è parlato, a riguardo, di distanziamento sociale. Si è trattato di distanziamento fisico; per alcuni versi le infrastrutture comunicative hanno permesso che la pandemia non infliggesse un colpo netto ai legami dell’attore sociale. Il legame sociale si sta modificando sulla consapevolezza della trasformazione in atto e contemporaneamente sul desiderio che rimanga qualcosa del modo di interagire e relazionarsi al quale eravamo abituati.

Nelle settimane passate, abbiamo apprezzato l’importanza dell’infrastruttura digitale per comunicare e cioè del progresso tecnico. Allo stesso tempo ora stiamo ripensando la collocazione sociale e l’importanza della tecnica intesa come tékne, capacità umana di modificare il mondo circostante e di adattarlo alle necessità produttive senza curarsi delle conseguenze sull’ambiente. La pandemia costringe a ridimensionare, a dare diversa collocazione agli imperativi capitalistici del profitto e della produttività ad ogni costo, imponendo una considerazione rinnovata per le fasce sociali più colpite, come gli anziani e i ceti sociali più deboli, compreso quello medio.

Nella fase 1 sono emersi l’importanza della comunicazione mediale e l’impatto che le informazioni, attraverso media, piattaforme web, social network, applicazioni hanno sui comportamenti dell’attore sociale. Nella fase 1, a fronte dell’emergenza, la ridondanza informativa e i pareri non-esperti hanno talvolta compromesso una lettura adeguata dei dati e delle misure adottabili dalle persone e delle famiglie utili a evitare il contagio. In tal senso, si tratta di andare oltre l’emergenza e il suo linguaggio, assumendo, dalla fase 2, le consapevolezze della vulnerabilità, di stili di vita migliori che tutelino la salute. Abbiamo vissuto a lungo censurando la caducità umana; ora essa rientra in scena da protagonista e ci obbliga a fare concretamente i conti con i nostri limiti. Non solo da una prospettiva individuale, anche gli stati ridiscuteranno l’entità e il ruolo della spesa pubblica, in termini sanitari ad esempio, per rispondere alle prime conseguenze della pandemia e per, poi, cercare di limitare i danni dell’eccessivo inasprirsi e dell’esplosione delle disuguaglianze sociali che ci aspettiamo.

Nella fase 2 ci troveremo a fare i conti con l’elaborazione di un trauma collettivo, nel senso che il sociologo Jeffrey Alexander, dà al termine: per aiutarci a capire l’idea di trauma collettivo, Alexander fa l’esempio dell’Olocausto. Verso la fine della seconda guerra mondiale non fu “automatica” e scontata l’elaborazione collettiva del genocidio del popolo ebraico come Olocausto; nei primissimi anni immediatamente successivi alla fine del conflitto, nei media si parlava soprattutto delle atrocità sui soldati americani nei campi giapponesi.

I processi di elaborazione del trauma sono complessi e spesso si cerca di evitare l’elaborazione del dolore. Serve riflettere collettivamente per non derubricare le morti a numeri, concentrandosi solo sugli aspetti concreti e tangibili della vita quotidiana, certamente importanti. Questo dolore non sarà solo individuale o famigliare, ma per trarre una lezione, severa, occorrerà andare alla ricerca di una dimensione condivisa, elaborare insieme quanto di tragico è accaduto, con un’azione sociale. È necessaria l’azione sociale delle vittime, di gruppi portatori, come li chiamava Max Weber, per reclamare la necessità di essere ascoltati e “messi nell’agenda” politica.

La prima fase emergenziale ha fatto risaltare la percezione dei confini identitari del “noi”. In questo senso, sono emerse contrapposizioni tra stati europei, o all’interno degli stati tra partiti politici o parti sociali, attraverso una modalità “noi” versus “loro”.

Esiste un’accezione virtuosa del “noi”, quella non della contrapposizione, ma della coesione favorita dai cosiddetti corpi intermedi, come i sindacati e le associazioni di categoria, che, al di là delle posizioni, anche molto diverse su singole istanze, si troveranno, nella fase 2, a dover svolgere una funzione di “collante”. Le cessazioni di attività delle imprese, in particolare delle piccole e micro imprese non solo manifatturiere, ma anche dei servizi, sono una perdita socioeconomica difficilmente rigenerabile.

Di fronte allo sconvolgimento in atto, nella fase 2 nessuno potrà salvarsi da solo e sarà evidente l’importanza della condivisione della responsabilità, la Verantwortung di Hans Jonas. Anche se assistiamo a una temporanea de-globalizzazione, la globalizzazione è un processo che non può essere fermato. L’enormità della sfida e delle risorse necessarie per fronteggiarla non riconosceranno alcun “noi” o “loro”, ma solo azioni concertate, ad esempio da un’Europa che speriamo più forte non più debole.

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