Coronavirus: celebrazioni via social e telefonate ad anziani e malati, così i sacerdoti stanno in mezzo ai parrocchiani

Il momento più difficile è la benedizione dei defunti: "Una preghiera veloce e poi la salma va via da sola, è un dolore troppo forte lasciare così questi fratelli"

Parrochie e sacerdoti 2.0. Grazie alla tecnologia i sacerdoti affrontano il tempo di isolamento e cercano di stare vicino ai fedeli in questo periodo di “digiuno” dai sacramenti. Gruppi social, messe e adorazione eucaristica in diretta Facebook, telefonate ai parrocchiani ammalati o soli, i parroci si danno da fare e cercano di essere sempre presenti, anche nei momenti dolorosi del commiato ai defunti (visto che i funerali non si possono celebrare).

Don Claudio Regni, parroco del vasto territorio di San Sisto-Lacugnano, racconta questi giorni di isolamento fisico, ma di grande vitalità sui social. “Sono sempre collegato, così come gli altri sacerdoti dell’unità pastorale, ai parrocchiani tramite telefonini e computer e abbiamo organizzato un fitto programma che si può seguire sulla pagina Oratorio Anspi Sentinelle del mattino – dice don Claudio – Il commento al Vangelo del giorno, la messa, l’Adorazione eucaristica, la Via Crucis. I catechisti e i giovani proseguono a svolgere le attività consuete solo che lo fanno via webcam. Il dialogo con i fedeli non si ferma perché è un bisogno di entrambi, mio e loro”.

Le difficoltà maggiori dell’isolamento forzato si presentano nel momento doloroso della perdita dei propri cari, nell’impossibilità di celebrare il funerale. “È un momento particolare, doloroso con una cerimonia ridotta, una breve benedizione impartita da sacerdote con stola e mantello – afferma don Claudio con le parole rotte dall’emozione – Mi piange il cuore non poter salutare in maniera adeguata questi fratelli che ci lasciano e non poter offrire quel conforto che necessita ai familiari. Una breve preghiera, partecipando al dolore dei parenti, rimandando ad una cerimonia più consona quando i tempi lo permetteranno”.

Le relazioni permangono, anche se con altre modalità. “Possiamo solo ringraziare per le invenzioni della tecnologia che permettono di rimanere uniti anche nella solitudine – afferma don Claudio – Non ho mai utilizzato tanto il telefono come in questo periodo, chiamando i miei parrocchiani malati, anziani, soli. Perché so che anche una parola di conforto, un semplice saluto, la dimostrazione di affetto e di attenzioni sono importanti. La malattia più grave è la solitudine”.

Don Saulo Scarabattoli, parroco di Santo Spirito, è uno che sa cosa vuol dire stare reclusi dopo essere stato per oltre 20 anni cappellano del carcere di Perugia. “Esistono due tipi di clausura: quella volontaria e quella imposta. La prima è tipica delle monache, che scelgono il cielo e chiudono il mondo fuori; la seconda è quella dei carcerati – dice don Saulo – Noi siamo a metà e per amore degli altri e di noi stessi accettiamo questo isolamento. La solitudine è spezzata dalle nuove possibilità di connettersi, di dialogare, di pregare insieme anche se a distanza. Vorrei telefonare a tutti i parrocchiani e agli amici, ma non è possibile fisicamente”.

La chiesa di Santo Spirito rimane aperta per la preghiera personale, mentre le celebrazioni sono sospese. “Il giovedì e la domenica c’è l’Adorazione eucaristica, mentre la colazione che la domenica mattina davamo ad una decina di senza tetto l’abbiamo dovuta modificare – prosegue don Saulo – Ho lasciato dei biscotti e degli spiccioli sull’altare e i nostri ospiti vengono a prendere la loro parte. La carità e la preghiera non si fermano ed è importante mantenere un collegamento con il Cielo”.

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Anche per don Saulo la difficoltà maggiore si registra nel momento del saluto ai defunti. “Ho dovuto recitare una preghiera veloce, con quattro persone, sul piazzale della chiesa, benedire la salma e lasciar partire il carro funebre verso il cimitero, in solitudine. Sono cose che fanno male, perché non si può rimanere soli nel dolore e nella morte”.

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