Nomi e numeri del coronavirus: la differenza tra letalità e mortalità, cos'è l'indice di contagiosità

Pubblichiamo l'intervento di Fabrizio Stracci, professore associato di Igiene generale e applicata e direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell'Università degli Studi di Perugia

Pubblichiamo l'intervento di Fabrizio Stracci, professore associato di Igiene generale e applicata e direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina preventiva. 

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L’epidemia porta con sé, oltre ad una sua realtà che ha profondamente mutato la quotidianità di ognuno, anche un suo lessico e alcuni numeri informativi che dovrebbero aiutarci a comprendere e interrompere il contagio.

La diffusione del virus CoV SARS 2 si manifesta in una malattia che può provocare la morte. Le misure che quantificano questo fenomeno sono la letalità e la mortalità. Letalità e mortalità sono entrambi termini legati alla morte ma ne misurano due aspetti diversi. E’ possibile che una malattia letale sia causa di una bassa mortalità? Certamente sì. Ad esempio, il tetano negli anni novanta aveva una elevata letalità pari al 40% in Italia ma una bassa mortalità, grazie alla protezione offerta dal vaccino.

Letalità e mortalità hanno in comune i decessi causati dalla malattia, che rappresentano il numeratore di entrambe le misure, ma differiscono per il denominatore. Nel caso della letalità i decessi sono divisi per il numero dei malati. Quindi la letalità - o case fatality nei paesi anglosassoni - misura il rischio di morire per un individuo che sviluppa la malattia. La mortalità, invece, mette in rapporto i decessi con l’intera popolazione e quindi misura qual è il peso di una certa causa di morte in una popolazione. Così una malattia può avere una elevata letalità ma bassa mortalità se molti di quelli che si ammalano muoiono ma nel complesso pochi si ammalano.

Il coronavirus CoV SARS 2 è responsabile di una malattia che può essere lieve o severa in diversi individui e circostanze ma la cui letalità comunque non è trascurabile. La clinica con terapie di supporto e anti-infiammatorie o con farmaci sviluppati contro altri virus mira a ridurre la letalità della malattia.

Tuttavia, il CoV SARS 2 ha mostrato anche una elevata capacità di trasmettersi o contagiosità. Una misura di cui sentiamo spesso parlare è R0 il numero di riproduzione di base o indice di contagiosità. R0 è il numero di nuovi infetti che genera ogni persona contagiosa. Il concetto di R0 è quindi semplice: è il numero medio di individui che viene contagiato da un individuo infetto. Misurare R0 risulta meno semplice. Quando R0 è elevato una epidemia tende a crescere rapidamente e se molti individui sviluppano l’infezione, si può avere un certo impatto sulla mortalità anche con livelli di letalità non elevati, come nel caso dell’influenza. Se R0 è elevato come nel caso CoViD, molti individui si ammalano e il numero di quelli che richiedono cure ospedaliere o la terapia intensiva rischia di eccedere le capacità del servizio sanitario e questo può peggiorare la letalità della malattia.

Non solo. L’epidemia può subire delle accelerazioni per eventi di super-diffusione: dei casi in cui il numero di casi secondari di un individuo supera di molto la media R0. Questi si possono verificare in particolari comunità, come le residenze o per anziani o comunità religiose o negli ospedali. Se la super diffusione riguarda anziani, persone affette da altre patologie, allora aumenta l’impatto sugli ospedali e le terapie intensive e aumenta anche la mortalità.

A questo punto non ci resta che agire su un altro fattore che è legato alla diffusione dell’epidemia ma anche all’ordinato funzionamento della nostra complessa organizzazione sociale e cioè il numero di contatti che ogni persona ha con altre persone. Se tutti hanno pochi contatti anche gli infetti hanno pochi contatti e l’infezione non si trasmette. Quando R0, che ormai dovremmo chiamare Rt -perché R0 si riferisce ad una popolazione non contagiata in cui tutti sono suscettibili- si riduce al di sotto di 1 l’epidemia tende a scomparire.

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Peccato che anche per noi non è possibile sostenere a lungo l’interruzione dei contatti. Quindi siamo in lotta con il tempo: sparirà prima l’epidemia o saremo costretti a interrompere il nostro blocco dei contatti? Abbiamo alcuni strumenti come le mascherine, il distanziamento e l’igiene delle mani e delle superfici per mantenere Rt basso anche nella cosiddetta fase 2, ma certo le cose sarebbero molto più semplici se, come per molte altre malattie infettive, avessimo un vaccino in grado di garantire, risparmiandoci sacrifici e sofferenze, l’immunità di gregge, la quota di soggetti resistenti al virus nella popolazione che garantisce un valore di Rt<1.

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