Coronavirus, uno stress-test sul futuro dell'Unione Europea

Pubblichiamo l'intervento di Benedetto Ponti, professore associato di Diritto amministrativo del Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Perugia

La pandemia innescata dalla diffusione del Covid-19, e le misure assunte per limitare il contagio, diluirlo nel tempo, al fine di salvare vite umane ed impedire il collasso dei sistemi di assistenza sanitaria, stanno provocando il crollo verticale del prodotto interno lordo. Le stime più recenti del FMI pronosticano una contrazione annuale del 9% per l’Italia, dell’8% per la Spagna, del 7% per Germania e Francia, del 6% per gli Usa. Alla crisi sanitaria si sta dunque affiancando una crisi economica di dimensioni epocali. Ovunque si predispongono misure emergenziali anche sul piano economico, al fine di contenere gli effetti di una recessione profonda: il fallimento delle imprese e la conseguente distruzione di capacità produttiva, la disoccupazione, l’indigenza, la crisi dei bilanci pubblici (e quindi incapacità di erogare servizi essenziali), l’insolvenza dei crediti, etc.

Ma chi sta intervenendo, e con quali misure? Al centro della scena, è ritornato un attore che molti (negli ultimi decenni) avevano dato per superato: lo Stato. Con le sue prerogative classiche: battere moneta e finanza pubblica. Ciò che si nota, in particolare, è che le banche centrali statali stanno operando per fornire liquidità (denaro fresco) ai governi, liquidità poi spesa in vario modo a sostegno dell’economia: prestiti garantiti o finanziamenti a fondo perduto alle imprese, integrazioni al reddito dei lavoratori. Più in generale, le Banche centrali intervengono a sostegno della spesa pubblica corrente, non adeguatamente coperta da entrate fiscali che sono state sospese o rinviate (a causa della crisi), e che comunque (sempre a causa della crisi) non saranno in grado di assicurare il livello di entrate messo a preventivo.

In cosa consiste questa “collaborazione” tra banche centrali e governi? Consiste essenzialmente nel fatto che le banche centrali stanno acquistando titoli del debito pubblico, per assicurare al governo di disporre del denaro necessario. Lo sta facendo la Federal Reserve in Usa, lo sta facendo la Bank of England in UK, lo sta facendo (da più tempo) la BoJ in Giappone. È la cd. “monetizzazione” del disavanzo: quella parte di denaro che i pubblici poteri immettono (in vario modo) nell’economia, e che non deriva dalle entrate fiscali, ma dalla emissione di debito che viene acquistato dalla Banca centrale. Un’altra espressione in voga per descrivere questo processo è l’immagine delle banche centrali che “stampano moneta”, ad indicare il denaro che viene creato per acquistare i titoli di debito pubblico.

Ora, la medesima esigenza ha investito le economie dell’Unione Europea, e quelle dell’Eurozona in particolare. Ma queste economie si trovano in una condizione del tutto particolare, che impedisce loro di reagire nel modo indicato. Infatti, i paesi dell’Eurozona non dispongono più della sovranità monetaria – che è stata trasferita al livello dell’Unione, con la creazione della moneta unica e della Banca Centrale Europea. Non solo: i Trattati europei proibiscono alla BCE (e alle banche centrali nazionali ad essa collegate) di acquistare direttamente i titoli del debito pubblico emessi dai governi degli stati membri. Se vogliono indebitarsi, gli stati membri dell’Eurozona devono necessariamente trovare un compratore tra gli investitori privati (i cd. “mercati finanziari”). Dunque, quella collaborazione tra banca centrale e governo, che oggi è operante ovunque nel mondo per fronteggiare la crisi, nell’eurozona è formalmente ed esplicitamente vietata (si veda l’art. 123 del Trattato sul funzionamento dell’UE).

Perché questo divieto? La ragione di fondo di questo peculiare assetto risiede in una deformazione ideologica, che è innervata nel quadro istituzionale della moneta unica; una deformazione che questa crisi ha definitivamente portato allo scoperto. L’idea – cioè – che la moneta sia un bene fondamentalmente scarso (“sono finiti i soldi!”), un mezzo (di scambio) che deve riflettere una quantità di ricchezza predefinita. Secondo questa lettura (la “teoria quantitativa della moneta”) il denaro non si può “creare dal nulla”, perché la sua quantità deve essere mantenuta coerente con il valore (limitato) che essa deve rappresentare e mediare. Di conseguenza, la Banca centrale non può operare come prestatore di ultima istanza dei governi (la “collaborazione” di cui sopra), ma deve limitarsi a regolare la quantità di moneta presente nel sistema, per mantenerla adeguata al “giusto” valore. Una visione che in effetti non ha più ragione d’essere, da quando – nel lontano 1971 – il dollaro ha abbandonato la convertibilità con l’oro, ma che paradossalmente costituisce l’hardware della moneta unica europea.

Il Covid-19 rappresenta un poderoso “stress test” per il modello economico incorporato dall’euro, che si rivela estremamente rigido, essenzialmente ideologico, e quindi inadeguato a fronteggiare in modo pragmatico le conseguenze economiche della pandemia. Se la monetizzazione dei disavanzi pubblici si rivelerà l’unica strada percorribile (è questa l’indicazione degli economisti più autorevoli ed influenti, da De Grauwe a Blanchard), ciò significa che l’eurozona non potrà restare uguale a se stessa. Il gioco politico che si sta dipanando in questi giorni (tutto avviluppato attorno ai temi del MES, degli eurobond, dell’european recovery fund) costituisce, in effetti, il tentativo di questo modello economico di resistere ad una evoluzione imposta dall’urgenza e dalla profondità della crisi, o quantomeno di ritardarne gli esiti. Resta da vedere quale direzione prenderà questa evoluzione. Una maggiore integrazione (su basi ideologiche differenti) è una strada potenzialmente percorribile, ma non è affatto detto che sia anche una via politicamente percorribile: le profonde divisioni registrate tra paesi come la Germania e l’Olanda (ma non solo) da una parte, e altri come l’Italia, la Spagna o la stessa Francia, dall’altra, sono lì a testimoniarlo. E d’altra parte sotto i colpi della crisi la strada di una maggiore integrazione non appare più una via obbligata, né l’unica percorribile.

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