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Epidemie e religione: uno sguardo al passato nei giorni del coronavirus

Pubblichiamo l'intervento di Francesco Marcattili, professore associato di Archeologia classica dell'Università degli Studi di Perugia

Pubblichiamo l'intervento di Francesco Marcattili, professore associato di Archeologia classica dell'Università degli Studi di Perugia.

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Come riferiscono le fonti letterarie greche e latine, nell’antichità le epidemie colpivano frequentemente e con virulenza città e campagne, sconvolgendo gli equilibri istituzionali, politici, sociali ed economici di popoli e città. Basta ricordare i profondi cambiamenti avvenuti nel mondo greco con la peste del 430 a.C., che colpì Atene negli anni del conflitto con Sparta e condusse alla morte Pericle. Un morbo giunto in Attica attraverso le rotte commerciali del tempo, e la cui diffusione lo storico Tucidide, contagiato a sua volta ma rimasto in vita, descrive lucidamente con una lunga narrazione che ricorda in alcuni passi le tristi cronache dei nostri giorni: «Cominciò in Etiopia, al di là dell’Egitto, ma si diffuse poi in Egitto e in Libia...Arrivò ad Atene improvvisamente...I medici non riuscivano a fronteggiare questo morbo sconosciuto, morivano anzi più degli altri in quanto più degli altri si avvicinavano ai malati...La malattia era di tal genere che colpiva in maniera diversa...Alcuni morivano per mancanza di cure, altri morivano anche se ben curati...Se per timore non volevano recarsi l’uno dall’altro, morivano da soli, e molte case si svuotarono per mancanza di chi prestasse le cure necessarie...Tutte le consuetudini che prima avevano nel celebrare i riti funebri furono sconvolte, e si seppelliva come si poteva. E molti usarono metodi di sepoltura davvero indegni». Nonostante Tucidide constatasse con amarezza il fallimento di qualsiasi soluzione religiosa al contagio, qualche anno dopo si decise di introdurre ad Atene il culto di Asclepio, dio greco della medicina. Divinità che venne accolta in città dal drammaturgo Sofocle, e che si scelse di venerare in un santuario alle pendici meridionali dell’Acropoli non lontano dal teatro di Dioniso. Per secoli, infatti, prima i Greci poi i Romani e con loro altre popolazioni dell’Italia antica, vissero ed esercitarono le pratiche della guarigione soprattutto nel contesto dei santuari, dove la sanatio - auspicata o compiuta – si confondeva con la religio. Nell’antichità furono le aree sacre i luoghi privilegiati per la terapia, per la mediazione tra il malato in cerca di guarigione (e di miracoli) e la divinità, in una concezione che del resto giudicava le epidemie, al pari di altre calamità (terremoti, carestie, eruzioni, ecc.), espressioni di una volontà ultraterrena, ovvero di un castigo divino.

A Roma un cambiamento radicale nelle pratiche della medicina si ebbe tra III e II secolo a.C., quando con la conquista dell’Italia meridionale, della Sicilia e della Grecia, molti medici di formazione ellenica si trasferirono nel Lazio. Prima dei medici, tuttavia, dal mondo greco erano già arrivate a Roma divinità dalle competenze terapeutiche e apotropaiche: ad Apollo, padre di Asclepio, un tempio era stato fondato già nel 433 a.C. per placare un’epidemia che - racconta Livio - faceva strage di uomini e animali tra città e campagna; ed all’inizio del III secolo a.C. fu la volta del medesimo Asclepio, introdotto previa consultazione dei libri Sibyllini in occasione di una nuova, inestinguibile infezione. Si racconta che il serpente-incarnazione del dio, giunto sulle rive del Tevere, scese spontaneamente dalla nave che lo trasportava dalla Grecia e nuotò verso l’Isola Tiberina. Un prodigio che manifestava chiaramente la volontà del dio, la scelta della sede per il suo culto in terra romana: quella piccola isola/isolata dall’abitato e naturalmente idonea per la “quarantena” dei malati, che non a caso ha mantenuto per secoli - e mantiene ancora - una funzione ospedaliera (si pensi al Fatebenefratelli).

Il nesso tra terapia e sapienza magico-religiosa, tra approccio empirico e pulsione irrazionale, non verrà mai meno neppure con il graduale progresso della medicina tradizionale, e non a caso le principali scuole mediche dell’antichità scelsero per sedi gli stessi santuari. Nella ricerca di soluzioni per debellare le altre epidemie della storia greca e romana, mai dunque si trascurò di celebrare sacrifici, di consultare oracoli, di elevare preghiere. Così fu, per citare solo alcuni esempi, per la «peste libica» (126-125 a.C.), o ancora nel corso della peste detta Antonina (165-180 d.C.), contratta dalle legioni romane in Oriente, quando secondo l’Historia Augusta l’imperatore Marco Aurelio si impegnò ad arruolare «...sacerdoti da ogni dove, a compiere riti di origine straniera, a purificare Roma con ogni tipo di sacrificio espiatorio». E in quegli anni bui lo stesso Galeno decise di lasciare precipitosamente l’Urbe per rifugiarsi nella nativa Pergamo, sede di un altro importante santuario di Asclepio, seguendo il precetto «cito, longe, tarde», «fuggi, vai lontano, torna più tardi possibile». Proprio il «razionale» Galeno che dichiarava nei suoi scritti di esser diventato medico in seguito ad un sogno del padre e di agire spesso, nella cura dei malati, per divina, onirica ispirazione.

Soprattutto grazie alla testimonianza di Cipriano, arcivescovo di Cartagine, siamo informati dell’epidemia che colpì Asia, Africa ed Europa negli anni centrali del III secolo d.C. La peste in Cipriano è l’occasione per un’ampia riflessione sulla morte e sul ruolo dei cristiani nella prova. C’è, nel pensiero del martire africano, la percezione che la tragedia in atto possa essere un’occasione di radicale conversione individuale e collettiva: «essa, la peste, serve se coloro che sono sani aiutano i malati; se i congiunti amano con pietà i propri cari, se i padroni provano compassione per i loro servi malati; se i medici non trascurano i malati che invocano il loro aiuto; se i violenti frenano la loro violenza e i ladri, in vista della morte, trattengono l’insaziabile brama di possesso; se i superbi contengono lo propria arroganza...». Le prassi religiose pagane non scomparvero con la diffusione del Cristianesimo, ed una significativa evidenza archeologica di tale pervicacia può trovarsi anche nella nostra regione. È il sito di Poggio Gramignano, esteso complesso abitativo e produttivo di età romana individuato su un poggio prossimo al borgo di Lugnano in Teverina, caduto in rovina a partire dal III secolo d.C. Nel V secolo la villa di Poggio Gramignano fu in parte rifunzionalizzata come spazio di sepoltura per feti, neonati ed infanti deceduti in un ristretto intervallo di tempo a causa di un’epidemia malarica. Qui, in un territorio in cui la scienza religiosa degli Etruschi (Etrusca disciplina) fu praticata a lungo, ancora nel V secolo d.C., in un momento di acuta emergenza e di profonda incertezza sulle misure da adottare, si decise di celebrare su quei minuti cadaveri alcuni rituali della tradizione: come il sacrificio cruento di cuccioli di cane, ai quali si attribuivano facoltà terapeutiche e apotropaiche; o come la disposizione di voluminose pietre sui corpi dei piccoli trapassati, interpretata come espediente per eluderne il temibile ritorno tra i vivi.

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