Coronavirus, le epidemie nella letteratura: un viaggio da Tucidide a Dino Buzzati

Pubblichiamo l'intervento di Stefano Giovannuzzi, professore associato di letteratura italiana contemporanea

Pubblichiamo l'intervento di Stefano Giovannuzzi, professore associato di letteratura italiana contemporanea dell'Università degli Studi di Perugia

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La peste nella storia dell’umanità rappresenta una vicenda millenaria di tragiche epidemie. E ovviamente la letteratura – nel senso più ampio del termine – ne serba numerose tracce, anche solo nella cultura occidentale. A cominciare dalla peste di Atene (430-426 a. C.) di cui parla Tucidide nella Guerra del Peloponneso. La descrizione della peste ricompare nella conclusione della Natura delle cose di Lucrezio: ed è ancora la peste di Atene. A distanza di oltre due millenni non riusciamo ad avere una esatta percezione del dramma, ma la peste di Atene deve essersi fissata a lungo, per secoli, nella memoria collettiva come ricordo di un evento apocalittico. Un po’ come è accaduto, saltando i secoli, per la peste nera del 1300.

L’epidemia, che circola già a Costantinopoli e nei Balcani, dal 1347 si diffonde a Messina – uno dei più grandi porti del Mediterraneo – e quindi nel resto d’Italia e in buona parte d’Europa, continuando a covare in focolai che restano attivi fino all’inizio degli anni Sessanta. Uccidendo forse un terzo della popolazione europea. Il 1348 è l’anno critico per l’Italia. La letteratura documenta in presa diretta la catastrofe. E bisogna aggiungere che senza la peste la letteratura italiana e occidentale sarebbero un’altra cosa. Può sembrare paradossale, di più: cinico, ma è così.

Senza il passaggio della peste del 1348 – una delle peggiori nella storia dell’umanità – probabilmente oggi non avremmo il Decameron di Giovanni Boccaccio. L’Introduzione alla Prima giornata descrive gli effetti di un’epidemia che Boccaccio ha potuto vedere coi suoi occhi e che non è un’invenzione letteraria. I dieci giovani che compongono la brigata si isolano fuori Firenze per evitare il contagio e si intrattengono raccontando novelle: nelle novelle non c’è traccia della peste. Anzi raccontare sembra l’antidoto che la letteratura può offrire in tempi di pestilenza. Nel Decameron la peste assume un significato duplice, reale e insieme allegorico. Dopo il passaggio dell’epidemia l’Italia e l’Europa non saranno più le stesse; la peste coincide con il tramonto del Medioevo e il farsi strada, ancora in modo instabile e confuso, del mondo moderno. Intorno all’evento epocale della peste la brigata registra nel Decameron questo passaggio: fra nostalgia per i valori nobiliari e cortesi della società medievale e apertura su una scena dominata dall’incertezza della fortuna e dalla necessità di far ricorso ad un’intelligenza spregiudicata; in un mondo in cui regole e gerarchie tradizionali sono saltate.

In modo molto diverso, la peste è all’origine dell’altro grande libro trecentesco, e uno dei capisaldi della cultura occidentale, il Canzoniere di Petrarca; anche se nel libro della peste non c’è veramente traccia. Nell’economia del Canzoniere non è tanto importante l’innamoramento, quanto la morte di Laura, e dunque il trauma della perdita e dell’impossibilità di ricongiungersi con la figura amata. E Laura – Laure de Sade o Laure de Noves, una nobildonna avignonese – muore di peste, o durante la peste, nel 1348.

Senza per questo ignorare la tragedia umana e sociale che ha rappresentato, la peste del Trecento ha coinciso con momenti di svolta cruciali nella società e nella cultura occidentale. Non che dopo il 1348 la peste non ricompaia più sulla scena Europea: oltre all’epidemia che colpisce l’Italia settentrionale nel 1630 – la peste di Milano -, quella di Londra fra il 1665 e il 1666, per arrivare alla peste di Lisbona nel 1720. E naturalmente non mancano i riflessi nella letteratura: Diario dell'anno della peste (1722) è un romanzo storico di Daniel Defoe sulla peste di Londra. Per l’Italia dobbiamo aspettare – per un’opera importante – I promessi sposi di Alessandro Manzoni, dunque un altro romanzo storico. La letteratura non reagisce in presa diretta, ma a distanza, e spesso nella prospettiva di una riflessione storica. Come per Manzoni. D’altra parte fra Sette o Ottocento la peste appare lontana, sono altre le malattie di cui anche la letteratura si interessa: L’innesto del vaiuolo, 1765, è una delle odi di Giuseppe Parini. Siamo nel pieno della stagione illuminista.

Nei Promessi sposi la presenza della peste nella seconda parte del romanzo è legata all’ambientazione seicentesca di un racconto in cui la riflessione sulla storia e sulla posizione dell’uomo nella storia è fondamentale. A sottolinearne l’importanza, nei Promessi sposi non c’è solo la peste del 1630: nel cap. XXXI compare anche il ricordo di un altra epidemia milanese, quella del 1576, la «peste di San Carlo». La peste ha un ruolo centrale, serve a Manzoni per tenere insieme la vicenda di Renzo e Lucia, Don Abbondio, Don Rodrigo, l’Innominato, il romanzetto del matrimonio contrastato, e la vicenda collettiva della Storia. La catastrofe prodotta dalla peste è anche allegoria del malgoverno e della rete di soprusi che opprimono l’umanità, non solo nei Seicento. Non dimentichiamo che la peste è anche al centro della Storia della colonna infame – nata come parte integrante e poi appendice dei Promessi sposi –, come verifica dei pregiudizi e della psicosi generale che impediscono quella che anche nei Seicento avrebbe potuto essere una corretta pratica della giustizia. Mentre i giudici obbediscono solo alla spinta di preconcetti e credenze, condannando a morte degli innocenti.

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Che la peste diventi allegoria morale oltre che politica è evidente, non solo in Manzoni. Sparita di scena – almeno in Europa – la peste, quando ritorna nella letteratura successiva, soprattutto nel Novecento, assume con sempre maggiore forza un significato allegorico. Come nel caso della Peste di Albert Camus, 1947: sotto la storia di peste che il romanzo racconta, si può in realtà leggere l’allegoria dell’occupazione nazista della Francia. Cambiano le stagioni, e Dino Buzzati in uno dei Sessanta racconti, 1958, La peste motoria, trasforma il racconto di Manzoni – di cui è la parodia – in un’infezione che in breve tempo distrugge i motori delle macchine. Una diversa apocalisse, in cui la peste diventa l’emblema del disastro tecnologico che è uno degli incubi della modernità, in una dimensione apocalittica. Come del resto vediamo oggi con le infezioni virali.

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