Coronavirus e storia: le epidemie in Italia non sono ricordi lontani

Pubblichiamo l'intervento di Erminia Irace, professoressa associata di Storia moderna e presidente del Consiglio intercorso delle lauree in Beni e Attività Culturali dell'Università degli Studi di Perugia

Pubblichiamo l'intervento di Erminia Irace, professoressa associata di Storia moderna e presidente del Consiglio intercorso delle lauree in Beni e Attività Culturali dell'Università degli Studi di Perugia. 

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Nell’estate 1973 in Italia si diffuse un’epidemia di colera. Il focolaio principale fu Napoli, ma vari casi si registrarono anche in Puglia, a Roma, Firenze, Milano e altre città. Complessivamente, gli ammalati furono 277 e i morti 24. Si trattò di un fenomeno circoscritto, per di più debellato in poche settimane. Tuttavia, suscitò grande impressione nell’opinione pubblica perché rimetteva in circolazione una paura antica, quella del contagio, che sembrava il ricordo di un passato lontano.

Allo stesso modo del resto d’Europa e degli Stati Uniti, l’Italia si riteneva immune dalle epidemie che per secoli l’avevano flagellata, come ad esempio la peste, il vaiolo, il tifo. A seguito del boom economico degli anni Sessanta il paese si era modernizzato, mentre dal canto suo la medicina aveva compiuto enormi progressi, grazie ai vaccini e agli antibiotici. Le epidemie riguardavano ormai soltanto l’Africa e l’Asia orientale, considerati territori scarsamente sviluppati e carenti di adeguate misure igieniche. L’Occidente, insomma, credeva di essere al sicuro.

Questa idea era condivisa dai più importanti esperti, convinti che le nuove sfide per la scienza medica fossero le malattie degenerative individuali, quali i tumori e i problemi cardiocircolatori.

Si sbagliavano tutti, le crisi epidemiche non erano un ricordo sbiadito. Andando a ritroso nei decenni, la Sardegna aveva conosciuto una epidemia di malaria nel 1944; tra 1918 e 1920 la febbre spagnola provocò tra i 50 e i 100 milioni di morti in tutto il mondo; nel 1911 il colera colpì duramente, anche in questo caso, Napoli. Risalendo ancora più indietro nel tempo, nel corso dell’Ottocento ben sei epidemie di colera si erano abbattute sull’Europa e l’America, causando un elevatissimo numero di decessi.

La diffusione delle malattie infettive era stata spesso causata dalle guerre, come le imprese di Napoleone o i due conflitti mondiali; nel 1911 il colera fu diffuso dai soldati italiani che tornavano dalla conquista della Libia. Più in generale, la propagazione fu agevolata dall’aumento degli scambi e dei commerci tra i vari continenti, grazie allo sviluppo delle ferrovie, delle navi a vapore, in seguito dei trasporti aerei.

Per combattere i contagi furono riutilizzati provvedimenti messi a punto durante le pesti del Seicento: isolamento dei malati, quarantene, cordoni sanitari, controllo dei porti. Però non venne mai adoperata la misura estrema della quarantena imposta a intere nazioni, come invece accade con il Covid-19. Analogamente, proseguirono senza interruzioni le funzioni religiose, comprese le processioni, criticate perché facilitavano il diffondersi delle epidemie.

Un’altra differenza rispetto all’attualità che stiamo vivendo fu rappresentata dall’atteggiamento delle autorità politiche. Nel 1911 il capo del governo Giovanni Giolitti si oppose alla diffusione di statistiche precise sul colera di Napoli, per evitare di indebolire l’immagine internazionale dell’Italia come paese evoluto. Pochi anni dopo, al tempo della spagnola, gli stati impegnati nella Grande Guerra censurarono le informazioni sulla gravissima pandemia in corso, rendendo difficile l’attività dei mezzi di comunicazione e in specie dei giornali. I cittadini, quindi, non disponevano di notizie attendibili su quanto stava avvenendo e questa situazione aggravò la diffusione delle crisi epidemiche.

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Anche se colpivano l’intera popolazione, le malattie contagiose mietevano vittime soprattutto tra le classi popolari, le quali non riuscivano a pagare i contributi alle casse mutue che provvedevano a pagare le cure mediche. Così, le epidemie aggravavano le disuguaglianze sociali. Soltanto nel 1978 l’Italia istituì il Servizio sanitario nazionale, che garantiva l’accesso alle cure a tutti i cittadini, considerando la salute un «fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività», come recita l’articolo 32 della Costituzione.

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