Coronavirus, il futuro di città e case: “Sarà la campagna a irrompere”

Belardi, presidente del corso di laurea in Design dell’Università di Perugia: “Sarà un’esplosione di finestrature, logge e balconi. I designer stanno cercando soluzioni utili per risolvere le molte problematiche”

“La pandemia da coronavirus ci obbligherà a ripensare le nostre città, come è già successo in passato con le altre epidemie”. Parola del professor Paolo Belardi. “E pur concordando con quanti prevedono un sensibile ripopolamento dei vecchi borghi, compresi quelli abbandonati – spiega il presidente del corso di laurea in Design dell’Università di Perugia - , io non credo che gli abitanti delle città si disperderanno nella campagna, ma sarà la campagna a irrompere nelle città”. Esempio: “Così come immaginato da Stefano Boeri con la “Smart Forest City” di Cancun”. E ancora: “Il futuro della città è la città, ma con case diverse. Non possiamo permetterci di devastare ancora di più il territorio”. 

Il coronavirus cambia le carte in tavola. E il professore delinea il futuro urbano: “Nell’era post-coronavirus vivremo in case luminosissime, perché sollevate da terra, penso al sorprendente ”Horizontal Skyscraper” progettato da Jacques Herzog e Pierre De Meuron per la città di Mosca”. Case, spiega, “che saranno attrezzate non solo con sofisticatissime video-room, per agevolare lo svolgimento delle attività di smart-working, ma anche con piccole palestre e con piccole saune, per garantire la salubrità fisica”. Le abitazioni di questa “nuova città soft-tech”, anticipa Belardi, “saranno dotate di vere e proprie stanze all’aperto, volte a scongiurare i rischi insiti nell’indoor-life. Sarà un’esplosione di finestrature, logge e balconi. Così come vuole la migliore tradizione mediterranea”.

Il futuro non riguarda solo le abitazioni. Il coronavirus ha stravolto anche la nostra quotidianità. Qui entra in gioco anche il design. Perché, spiega Belardi, “la parola chiave è: resilienza. Perché i disastri ambientali che stanno devastando il pianeta, unitamente ai drammatici problemi sociali causati dalla pandemia da Covid-19, hanno proposto all’attenzione dell’umanità questo vocabolo che, fino a poco tempo fa, era assolutamente specialistico, perché proprio dell’ingegneria meccanica, ma che ormai è diventato di uso comune, perché esteso anche all’ambito psicologico, laddove identifica la capacità di un individuo (o di una comunità) di reagire positivamente a un evento traumatico. E, come logico, il mondo del design non è rimasto indifferente a questa nuova dimensione sociale, aprendo nuove frontiere professionali legate alle molte possibili declinazioni del rapporto design/emergenza nel segno, per l’appunto, della resilienza: dalla Comunicazione al Temporaneo, dagli Interni alla Moda”. E arrivano gli esempi del presidente del corso di laurea in Design dell’Università di Perugia: “C’è solo l’imbarazzo della scelta – esordisce - . Per quanto riguarda la Comunicazione penso a “HelpMi”, un punto di raccolta ideato dallo studente Iuav Marco Da Ros per garantire un luogo confortevole oltre che sicuro nelle ore immediatamente successive a un evento catastrofico. Mentre, per quanto riguarda il Temporaneo, penso a “Better Shelter”, un rifugio smontabile ideato da Ikea Foundation per garantire un riparo di primo soccorso agli sfollati e ai migranti. Così come, per quanto riguarda gli Interni, penso a “Nested Bunk Beds”, un sistema di letti “a matrioska” ideato dallo studio sudafricano Tsai Design Studio per risolvere i problemi di sovraffollamento di un orfanatrofio per malati di AIDS. Infine, per quanto riguarda la Moda, penso a “Bag2work”, uno zaino ideato dai designer olandesi Didi Aaslund e Floor Nagler recuperando i tubolari dei gommoni e le cinghie dei giubbotti di salvataggio abbandonati sulle spiagge greche dai profughi provenienti dalla Turchia”.

E sul fronte Covid-19? “A parte le lezioni di design che la critica Chiara Alessi sta tenendo via Twitter per alleviare la noia da reclusione degli italiani confinati a casa dal coronavirus, ha spopolato l’idea della designer americana Danielle Baskin, che ha ideato le mascherine sanitarie “N95 mask”, personalizzabili con la ripresa fotografica del proprio viso e volte a sbloccare il proprio smartphone mediante il riconoscimento facciale anche se il naso e la bocca sono coperti”. E anche: “Così come nel web sta circolando lo scudo protettivo “Be a Bat Man” progettato dal designer cinese Sun Dayong: una sorta di capsula autosterilizzante che avvolge chi la indossa dalla testa alle ginocchia proteggendo dai rischi di contaminazione virale. Ma soprattutto i designer stanno cercando soluzioni utili per risolvere le molte problematiche che, ancor più in questo difficile frangente, complicano la vita delle persone diversamente abili”. Anche qui il design corre in aiuto. E “non potrebbe essere diversamente, perché il design è vocato a dare una risposta non soltanto alle emergenze straordinarie, ma anche e forse soprattutto alle emergenze ordinarie”.

Il professor Belardi la vede così: “Non a caso, in futuro, il design sarà fondamentale per ovviare ai cosiddetti handicap leggeri, fino a oggi demandati a una categoria di oggetti medicali talmente scadenti dal punto di vista estetico da essere inevitabilmente rigettati dagli utenti, soprattutto se di giovane età. Partendo da questa considerazione, il designer tedesco Matthias Ries ha progettato le cuffie “Batphones”, concepite inizialmente come protesi per i bambini non udenti, ma che sono diventate un vero e proprio oggetto di culto, ambito e quindi utilizzato da tutti i bambini. Indistintamente”.

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Conclusione: “Così come profetizzato dal filosofo Victor Papanek – chiude Belardi - , la futura missione del design sarà proprio quella di dare una risposta concreta ai bisogni dei più deboli. Una missione impegnativa, ma irrinunciabile. Perché, così come ha ammonito il grande artista tedesco Ulay (scomparso proprio in questi giorni), 'l’estetica senza etica è cosmetica'”.

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