Coronavirus, l'appello di un'infermiera: "Presidente Conte, chiuda tutto, è l'unico modo per tornare a vedere la luce"

La giovane professionista racconta come si vive il Coronvirus in ospedale e la rabbia nel vedere ancora tanti comportamenti scorretti

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una giovane infermiera al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, tra il dolore e la fatica di lunghe giornate in ospedale e i comportamenti scorretti di tanti italiani.

Caro Presidente,

sono un’infermiera di 24 anni e sono qui a farLe un appello accorato: chiuda tutto! Negozi di ogni tipo, parchi, strade, attività professionali di ogni tipo. Lasci aperte solo le farmacie. Glielo chiedo con il cuore in mano, un cuore stanco, affaticato, ma pieno di voglia di vivere e di tornare a vedere la luce.

Glielo chiedo perché andando al lavoro, per andare a salvare quante più vite possibile ogni giorno, vedo giovani e non ai parchi, vedo gente che cammina per strade secondarie senza mascherina e si saluta (perché dopo mesi che uno non si vede, a causa dei mille impegni, ci si ferma a salutarsi), vedo gente che con noncuranza, senza mascherina va in giro per paesi, vedo gente che non rispetta le distanze di sicurezza e lo fa soprattutto con precauzioni non adeguate.

Glielo chiedo per porre fine alle continue discussioni con conoscenti/amici/familiari che nonostante l’imperativo ‘uscire solo in caso di necessità’ continua ad organizzare serate, cene, compleanni pur di vedersi accampando come scusa ‘è un periodo difficile, abbiamo bisogno di vederci per affrontare e superare insieme questo brutto momento’.

Glielo chiedo perché sono un’infermiera, con il profondo de cuore, e mi spiace in prima persona chiedermi ogni tanto: ‘per chi lo sto facendo?’.

Glielo chiedo perché sono stanca di cercare di far capire a cosa serva restare a casa perché ci provo capendo bene che è difficile da fuori capire cosa significhi vedere la fila fuori dalla rianimazione perché non c’è posto e dover selezionare le persone.

È difficile per noi che siamo abituati a non fare distinzioni, perché per noi conta il bene più prezioso: la Vita. È difficile dover comprendere cosa significhi il cartellino: non rianimare. Noi dobbiamo avere il coraggio anche di fare questo. Dobbiamo decidere se far vivere o meno una persona, che sia colpevole o meno. Noi che per anni abbiamo rianimato oggi dobbiamo fermarci e non farlo. Glielo chiedo per poter tornare il prima possibile alla vita di prima, senza sentirmi il peso della domanda: ‘potevo fare di piu?’. Una domanda con cui noi conviviamo quotidianamente, ma oggi rimbomba più che mai in mezzo a questa irresponsabilità che sta dilagando.

Glielo chiedo per interrompere la necessità di videochiamare i familiari, di vedere lacrime che potrebbero asciugare deserti, di dover avere il cuore pesante perché il popolo non sa rispettare l’ordine più semplice: restare a casa, al sicuro, con la propria famiglia.

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Glielo chiedo perché vogliamo tornare a giocare nei prati, a pescare, a fare un aperitivo a guardare i film al cinema e lamentarci di quanto siano salati i popcorn. Ad abbracciarci, a sentire il calore dei figli, dei compagni che da giorni non vediamo. A respirare l’odore del mare. Chiuda tutto, La prego. Un’infermiera, una di tanti.

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