Contro il totalitarismo cinese e la libertà del Tibet, anche dall'Umbria alla manifestazione del 4 giugno

Si svolgerà a Roma l'iniziativa dell'associazione Italia-Tibet per protestare contro la repressione cinesi dei dissidenti e delle minoranze etniche e religiose

Il 4 giugno a Roma si svolgerà una manifestazione, in collaborazione con la comunità tibetana in Italia e l’associazione Donne tibetane in Italia. Si parlerà non solamente di Tibet, ma anche della Cina, della repressione delle minoranze etniche, religiose e politiche, di economia e di Coronavirus. Hanno aderito oltre sedici associazioni e organizzazioni, tra cui l’associazione Umbria-Tibet, con il referente umbro Pier Francesco Quaglietti.

Ripercorriamo con Claudio Cardelli, presidente dell’associazione Italia-Tibet, ripercorriamo (brevemente) la storia dell’occupazione, anche alla luce dei recenti “comportamenti” interni ed esteri del grande paese asiatico: dalla repressione delle minoranze alla persecuzione dei dissidenti e alla grande emergenza sanitaria dovuta al virus Covid19.

Cardelli, perché la Cina invade il Tibet?

“La vicenda inizia nel 1949, quando alla fine della Lunga Marcia, dopo aver conquistato tutti i territori periferici del Paese e preso il potere, la prima cosa che dice Mao Tze Tung è ‘libereremo il Tibet dalle influenze imperialiste occidentali’. Il Tibet godeva di un'indipendenza assoluta, de jure e de facto, già dal 1912 quando era caduto l'impero Manciù. Fino a quel momento il Tibet era stato un territorio periferico dell'impero Ch'ing, rientrante nella sua sfera d'influenza, ma non era una colonia. C'erano solo due rappresentati cinesi che sorvegliavano che il governo tibetano non prendesse decisioni contro gli interessi cinesi. Il Tibet batteva moneta, aveva un servizio postale riconosciuto, confini ben precisi e un governo composto da laici e religiosi. Il Dalai Lama era il capo politico e spirituale. Mao esprime, invece, la volontà di liberare il Tibet quando il Paese era già libero. Come disse Fosco Maraini ‘liberarlo dalla sua libertà’. In Tibet, in quel periodo, non c'erano occidentali se non un telegrafista, tale Ford ed era da poco andato via l'alpinista Heinrich Harrer. Nell'ottobre del 1950, quindi, inizia l'occupazione e nel 1951 i cinesi arrivano a Lhasa. L’occupazione viene suggellata dal Trattato dei 17 punti, sottoscritto da una delegazione tibetana che viene portata a Pechino, in uno stato di segregazione e costretta a firmare. Paradossalmente il Trattato dei 17 punti, sulla carta, garantiva una certa autonomia, anche se dichiarava la fine del Tibet come paese indipendente, ma concedeva una serie di libertà amministrative e di culto che avrebbe consentito un'esistenza accettabile, pur sotto un occupante”.

Il Trattato, però, non risolve la questione dell’occupazione. Qual è il punto di snodo della vicenda?

“È lo stesso dei problemi dell'oggi del regime cinese: scrive tante belle cose, per poi disattenderle regolarmente. Nessuno di questi 17 punti, firmati in stato di segregazione, sotto obbligo, con falsificazione dei sigilli del governo tibetano, fu rispettato in pratica. Tanto che il clima instaurato dai cinesi conduce alla rivolta del 1959, con i tibetani che scendono in piazza alla notizia del tentativo di rapimento da parte dei cinesi del Dalai Lama, invitato dal generale cinese ad una rappresentazione teatrale, alla quale avrebbe dovuto presentarsi da solo, senza scorta. La popolazione scende in piazza e si scatena la repressione cinese che ha come conseguenza la fuga del Dalai Lama in India e di tutto il gruppo dirigente. Sono 150mila i tibetani che lasciano il Paese. La furia cinese, senza più il capo politico e spirituale tibetano a Lhasa, si scatena e solo quell'anno vengono uccisi 80mila tibetani. Da lì in poi l'intervento cinese si fa pressante, raggiungendo il culmine durante la ‘rivoluzione culturale’, quando vengono rasi al suolo seimila monasteri e più di 1 milione di tibetani perde la vita in prigione, per suicidio, fame ed esecuzioni”.

La situazione in Tibet, ora, qual è?

“Oggi in Tibet ci sono stati diversi cambiamenti drammatici in senso globale, infrastrutturale, sociale, religioso, culturale. Nel 1980, durante il governo di Deng Xiaoping, c'è una sorta di autocritica cinese rispetto a quello che è stato fatto in Tibet. I cinesi si rendono conto di aver provocato un genocidio e distruzioni generali e cercano di mettere delle toppe. Invitano una delegazione di tibetani in esilio, ma durante questa visita l'intera popolazione si riversa nelle strade. C'erano anche la sorella del Dalai Lama e molti dignitari. I filmati mostrano come nonostante la repressione e le distruzioni, il popolo è fedele e devoto al Dalai Lama e al mondo che l'aveva seguito in esilio. I cinesi si rendono conto che 20 anni di propaganda e lavaggio del cervello e violenze, non sono riusciti a cambiare l'animo di questi ‘montanari superstiziosi’. E quindi blindano il Tibet: nessuno può entrare o uscire. Nel 1987, poi, aprono il Tibet al turismo occidentale e cinese e inizia la fase della modernità, che significa snaturare completamente il Paese. Il governo cinese investe miliardi di dollari in Tibet per strade, ferrovie; Lhasa viene stravolta dal punto di vista urbanistico, viene distrutta la città vecchia, emblema di un mondo che i cinesi disprezzano, ritenuti arcaico e feudale, e vengono lasciati in piedi solo quei monumenti che possono essere un'attrattiva per i turisti. Alcuni monasteri vengono restaurati per dare una parvenza di libertà religiosa che assolutamente non c'è. Al contempo inizia l'invasione di coloni cinesi sulla scia di quanto dichiarato da un funzionario cinese durante un convegno a Chendu: ‘Noi sommergeremo, affogheremo i tibetani in un mare di han’. Questa frase la dice lunga sulle strategie imperialiste dei cinesi. E, infatti, questo in qualche modo è avvenuto. In Tibet ora tutta la segnaletica è scritta in mandarino, la popolazione cinese è prevalente e i tibetani sono un po' come i nativi americani, ghettizzati nelle riserve, ai margini della società. La lingua cinese è imposta, il tibetano viene boicottato, perché se ad un popolo togli la sua lingua, gli togli la vita. E questa è una delle tante operazioni che i cinesi stanno portando avanti scientificamente con molta determinazione”.

E sul fronte della libertà religiosa?

“Per quanto riguarda l'aspetto religioso, di qualunque confessione o religione si parli, in Cina si comportano allo stesso modo: repressione e controllo. Il Partito comunista cinese, dopo aver dichiarato la religione oppio dei popoli, la reincarnazione del Dalai Lama una superstizione, esercita il controllo totale nominando i vertici, che siano quelli tibetani o i vescovi e sacerdoti cattolici. Il paradosso di un partito comunista-leninista che non crede alla religione, ma che si occupa di affari religiosi. È solo uno dei tanti paradossi della Cina. Quanto al Tibet ricordiamo che dal 2008 si sono autoimmolati 153 tibetani per denunciare la repressione brutale che il Tibet sta subendo”.

Adesso la Cina è sotto la lente d'ingrandimento a causa del Covid e spirano forti cambiamenti nella politica internazionale di molti Paesi. Qual è stato il ruolo della Cina nell’emergenza sanitaria?

“Credo che sia un eufemismo dire che la Cina non abbia parte in questa emergenza, al netto dei complottismi. Qualunque governo tende a nascondere la polvere sotto il tappeto, a celare le situazioni incresciose che potrebbero metterlo in difficoltà a livello internazionale. A maggior ragione i regimi dittatoriali che non hanno problemi a controllare qualsiasi elemento della società. E i cinesi sono sensibilissimi all'immagine che vogliono dare al mondo: un’immagine rassicurante, attraverso una retorica avvolgente. Basta notare le parole che hanno usato nel parlare dell'Italia attaccata dal virus: "Siamo fiori dello stesso prato, siamo foglie dello stesso albero, siamo onde dello stesso mare". Risuona quella retorica maoista che, francamente, è insopportabile, però, loro la usano perché basano ancora il loro potere su questo tipo di comunicazione. È chiaro che sulla questione Covid, al di là dei complotti, del virus manipolato, i cinesi sono stati zitti, con la complicità dell'Oms, per un mese e mezzo, e questa cosa ha cambiato completamente le prospettive della diffusione del Covid19 nel mondo. Hanno nascosto che fosse trasmissibile da uomo a uomo, facendo perdere tempo fondamentale. Loro hanno taciuto pensando di poter risolvere la cose in casa, ma gli è esplosa la fialetta in mano e hanno combinato quello che abbiamo visto. Le responsabilità sono enormi, ma non hanno remore a dire qualsiasi cose per sfuggire tali responsabilità”.

Il 4 giugno l’associazione Italia-Tibet ha indetto una manifestazione a Roma, perché?

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“Come associazione Italia-Tibet da 32 anni organizziamo manifestazioni, in tutta Europa, in occasione delle ricorrenze che riguardano la storia tibetana. Oggi ci siamo posti il problema di allargare la protesta contro la politica cinese in generale, quindi contro la repressione delle minoranze, dei dissidenti e in materia religiosa. Abbiamo anche inteso attirare l’attenzione sui rapporti Italia-Cina, perché a causa dell’accordo della ‘Via della seta’ avvertiamo un grande pericolo di intromissione della Cina nelle questioni italiane, con ingerenze per quanto riguarda le infrastrutture e per la presenza economica e strategica della Cina in Italia. Sempre di più in questa guerra fredda moderna tra Usa e Cina, ci viene chiesto da che parte stare. Non è pensabile tenere i piedi in due scarpe, come nostro solito, in questo momento tutto il mondo occidentale è chiamato a fare una scelta precisa, perché, purtroppo, l'Europa è la grande assente. La nostra manifestazione lancia un grido di allarme sulla colonizzazione di Pechino. Potendo scegliere preferiamo rimanere sotto l'ombrello protettivo degli Usa, sotto la ‘pax americana’ con tutti i suoi difetti e non sotto il regime cinese”.

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