Il ciclismo come scuola di vita: il "personaggio" Alberto Coccia, ciclista di 78 anni, ce lo insegna

Campione regionale nel 1960, Alberto si è cimentato in moltissime gare, ma ha sempre rifiutato "scorciatoie" per il successo. Oggi continua ad allenarsi ed ha la salute di un ragazzino. La gradualità nell'imparare le cose e lo spirito di sacrificio glieli ha insegnati il ciclismo

Lo incontri facilmente al velodromo del Percorso Verde, mentre pedala sulla sua bicicletta da corsa. Alberto Coccia ha 78 anni, è nato a Valfabbrica e dei suoi avversari ai tempi in cui gareggiava in bici, da ragazzo, non è rimasto ormai nessuno. Inoltre, sono ben pochi quelli che alla sua età possono pedalare per due ore in pista.

Alberto perché viene ad allenarsi ad ora di pranzo? A quest’ora ci si allena quando si ha poco tempo, nella pausa dal lavoro! “Per una vita mi sono alzato alle cinque o alle sei per lavoro, ho lavorato in Italia, in Francia e in Svizzera, ora sono in pensione, la passione per la bicicletta mi è rimasta. Mi sveglio con calma faccio una buona colazione e aspetto le ore più calde.”

Dal 1960 al 1963, ha gareggiato nella categoria “allievi”: allenarsi in bicicletta in quel periodo significava anche sapersi accontentare di un piatto di ceci, la carne era un lusso. “Si, ogni tanto una bistecchina prima della gara, s’ammazzava un pollo, si mangiava una salsiccia, non avevamo fame ma l’abbondanza non c’era”.

Eppure il titolo regionale nel 1960 è suo, vince le gare di Casacastalda, Monteluce e Pontenuovo. Gare corte, corte per tutti. Nelle gare lunghe non emergeva. Fu accolto nella squadra più forte del territorio: la Piccini. Il 1963 è l’anno del militare. Appena rientrato incontra un medico che, per farlo puntare alla vittoria nelle gare da centocinquanta chilometri, gli indica la strada. La strada è asfaltata, non come le frequenti strade bianche che si incontravano nelle gare, ma imbottita di medicine… Alberto è in crisi, ama correre e vincere. Si confida col suo nonno che risponde con perentoria chiarezza ai suoi dubbi: “le medicine le deve pjà chi sta male”. Alberto ci crede, smette con le gare.

Negli anni settanta partecipa a tantissime gara di regolarità e ne vince diverse, nove volte è Campione Italiano, sei volte è campione regionale. Vince coppe e qualche capocollo ma le gare, quelle vere, sono ormai un ricordo.Alberto Coccia ogni anno fa gli esami del sangue, sembrano quelli di un ragazzo: “Non prendo una pasticca e alla mia età non è frequente che accada”. I suoi compagni delle corse non ci sono più. “Non posso dire che loro prendevano le medicine, però…”.

Rimane costante la passione: “il ciclismo insegna a soffrire, a fare sacrifici. Sembra che ti sfianchi, invece ti irrobustisce. Tutto questo mi è servito per il lavoro, per affrontare trasferte e impegni”.

Cosa consiglia oggi a chi vuole sviluppare lo sport? “La gradualità. Oggi pare che occorra subito fare tutto. Così ci si sfianca, la passione si spegne. Gradualmente invece, il corpo si abitua e si possono ottenere i benefici dello sport”. Parola di Alberto, testimone di una storia di verità.

Dopo averlo ascoltato, fare la spesa, scegliere le migliori barrette energetiche, comprare un paio di ruote super-perfomanti, iscriversi alla granfondo più in voga hanno un sapore diverso, più insipido. Rimane invece impresso il segno delle scelte forti, quelle che contano, quelle che parlano di vero equilibrio, quelle che ti fanno allenare, a settantotto anni, in pausa pranzo.

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