La crisi della Chiesa: dalla "gente di poca fede" ad un popolo che vuole riscoprire l’incontro con il Signore

Secondo il sociologo Franco Garelli "aumentano gli atei e cala la partecipazione ai sacramenti", ma nella parrocchie perugine l'esperienza è totalmente diversa

Il numero degli atei è passato dal 10% al 30% in 25 anni, mentre chi pensa che chi crede in Dio sia un illuso o un ingenuo è salito al 23%, dal 5%, di 25 anni fa. Però il 67% degli intervistati vuole il crocifisso nei luoghi pubblici.

Un dato che si specchia sull’adesione al cattolicesimo come “deposito di valori”, che è cresciuto dal 27% al 43% nello stesso arco di tempo, segno di una fede più matura.

Dall’altra parte, invece, i matrimoni religiosi sono ancora la maggioranza (57%), ma 25 anni fa erano l’87%.

Abbiamo chiesto a don Alessandro Scarda, parroco di San Barnaba a Perugia, se i dati dell’analisi sociologico di Franco Garelli, presentata nel volume “Gente di poca fede”, rispecchiano la sua esperienza quotidiana di sacerdote.

“Il volere i simboli religiosi in luoghi pubblici o l’adesione al deposito dei valori possono essere segno di affezione alla cultura cattolica pur non essendo esplicitamente tali – dice don Alessandro – Quanto alle persone che non si sposano in chiesa non lo fanno neanche in municipio. Non sposarsi in chiesa rappresenta, comunque, una certa mancanza di fede nel sacramento. Meno fedeli e più credenti? Non saprei perché in questi anni io ho visto aumentare le persone nella mia parrocchia, ma non posso affermare che il numero dice anche la sostanza”.

Gli ultimi dati Istat hanno certificato l’esistenza di tre popoli: quello dei fedeli, quello dei non credenti e, infine, quello di chi, pur credendo, non risponde più alle linee guida sociali e spirituali del Vaticano.

In valori assoluti, nella regione i frequentanti sono crollati tra il 2001 e il 2018 da 232mila a 177mila (55mila, pari -23,7%), mentre i mai frequentanti sono saliti fortemente, passando dai 122mila del 2001 ai 218mila del 2018 (+96mi, pari a +78,7%).

“Non è mai facile commentare delle percentuali, soprattutto, quando si va alla ricerca delle motivazioni che fanno sì che si abbia un valore piuttosto di un altro – afferma don Francesco Verzini, parroco di Piccione-Ramazzano le Pulci-Fratticiola Selvatica - Il rischio, infatti, è quello di generalizzare, pur sapendo che le risposte date dal campione d’indagine sono frutto di simili e al contempo dissimili fattori. Non per questo mi sottraggo al tentativo di rispondere alle domande sottoposte, considerando che lo studio sociologico del professor Garelli pubblicato nel volume ‘Gente di poca fede’ può essere stimolo per una rinnovata azione pastorale”.

Il numero degli atei è passato dal 10% a 30% in 25 anni, mentre chi pensa che chi crede in Dio sia un illuso o un ingenuo è salito al 23%, dal 5%, di 25 anni fa. Però il 67% degli intervistati vuole il crocifisso nei luoghi pubblici. Si crede meno in Dio, ma si rimane attaccati a simboli e tradizioni?

“Non è una novità il fatto che il numero di persone che si professano atee cresca con il passare del tempo, forse perché più che non credere in Dio ci si è abituati a farne a meno. Egli è divenuto per molti irrilevante nella propria vita, vuoi perché si pensa che la dimensione di fede interessi solo persone illuse ed ingenue, vuoi perché viviamo un tempo in cui l’antropocentrismo rischia di arrivare all’estremo: l’uomo al centro di tutto e misura di tutte le cose. Il fatto poi che il 67% degli intervistati vuole il crocifisso nei luoghi pubblici sembra essere in qualche maniera in contraddizione con gli altri dati, o con quanto ci siamo appena detti, non è necessariamente vero. Certamente è una percentuale rilevante e in controtendenza rispetto all’aumento in questi ultimi 25 anni del numero dei non credenti, ma non sempre le motivazioni che spingono a volere il crocifisso esposto nei luoghi pubblici sono prettamente motivazioni dettate dalla fede. Potremmo, infatti, pensare che dietro a questo dato si celi una motivazione culturale-identitaria piuttosto che di credo. Nel dibattito pubblico intorno a tale questione non poche volte ci si è riferiti al crocifisso come simbolo in cui si riconosce un’appartenenza culturale piuttosto che di fede. Quindi sì, si crede meno in Dio ed al contempo le persone potrebbero rimanere legate ai simboli religiosi come simboli culturali, ma purtroppo il crocifisso non può essere solo una questione di cultura o di valori condivisi”.

Chi aderisce al cattolicesimo come “deposito di valori” è cresciuto dal 27% al 43% nello stesso arco di tempo, segno di una fede più matura?

“Un dato questo che potremmo vedere come positivo ed effettivamente può esserlo. Chiaramente non perché ci si accontenta di sapere che sia in aumento il numero di coloro che aderiscono al cristianesimo almeno come ‘deposito di valori’, ma che questo campione di credenti non proprio convinti, mi si passi la definizione, possa essere il destinatario della nostra attenzione pastorale. Talvolta la nostra preoccupazione di pastori è rivolta al piccolo gregge che abbiamo, ma c’è una parte di gregge che sta ai margini del pascolo e che ha bisogno, comunque, della nostra attenzione. Sapere che il 43% aderisce al cattolicesimo perché ne condivide alcuni valori è stimolo per una pastorale più audace che sappia intercettare la ricerca di senso di questo gregge disperso ai confini del pascolo, portandolo ad una fede più matura. Quella che papa Francesco chiama ‘Chiesa in uscita’ può essere intesa come quella Chiesa che non si preoccupa solo del mantenimento del piccolo gregge, ma che sia strumento per ri-annunciare il Vangelo ai cristiani ‘per tradizione’ oltre che ai più lontani. Dunque il dato in crescita non è segno di una fede più matura, ma di una sfida che la Chiesa è chiamata ad accogliere affinché la sua azione pastorale possa aiutare a vivere proprio una fede più matura a coloro che ad oggi rimangono ai margini del recinto”.

I matrimoni religiosi sono ancora la maggioranza (57%), ma 25 anni fa erano l’87%. Si crede meno nel matrimonio o ci si sposa sempre meno?

“Credo che ci si sposi sempre meno. Sarebbe interessante capire se anche il numero degli sposati civilmente è in diminuzione, ma penso di sì. In questa percentuale potremmo, però, vedere due aspetti. Da una parte certamente gli impegni che si assumono con il matrimonio sono visti con timore e per questo si preferiscono delle situazioni di coppia più ‘liquide’, per utilizzare un’espressione cara Bauman. Dall’altra, invece, il fatto che il numero dei matrimoni religiosi sia in decrescita, può significare che coloro che raggiungono questa scelta lo fanno con consapevolezza ed in un contesto di fede piuttosto che per motivi di tradizione o di bellezza delle nozze in chiesa. Cioè potremmo vedere in questo 57%, almeno in una sua parte, dei giovani che decidono di celebrare il matrimonio a motivo di una fede matura”.

Questi dati rispecchiano la sua esperienza quotidiana di sacerdote, di ministro dei sacramenti? Meno fedeli, ma più credenti?

“Pur avendo nel mio ministero la grazia di poter gustare i frutti dello sforzo pastorale che la nostra comunità cristiana mette in campo da cinque anni a questa parte, dall’altra non posso dire di essere un’isola felice dove non si riscontra un affievolimento della fede. Anche io vedo con i miei occhi il diminuire dei fedeli che partecipano alla messa o il diminuire di coloro che non celebrano il matrimonio, come anche la minor adesione da parte delle giovani generazioni al Vangelo. Ma tutto ciò, pur sembrando un bilancio sempre in passivo, non mi spaventa, anzi mi incinta a far sempre di più, a mettere sempre più passione nel mio ministero affinché, insieme ai miei collaboratori, l’annuncio evangelico possa essere rilevante ed incisivo nella vita del gregge disperso”.

Suor Roberta Vinerba, teologa, docente e scrittrice, coglie un aspetto importante nell’analisi di Franco Garelli. “I dati ci riportano un elemento positivo e uno negativo – dice suor Roberta – La cultura occidentale si fonda sulle radici giudaico-cristiane ed è impregnata di questi valori. Il cristianesimo, però, non è una religione laica, non ci possiamo fermare ai valori. Il fatto cristiano è l’incontro con Gesù, è un’esperienza di fede viva. Senza quell’incontro è un’esperienza vuota. Essere cattolici, quindi, cosa significa? Riscoprire i sacramenti, vivere la Parola di Dio come viva ed efficace – conclude suor Roberta – Questa analisi è la conferma della necessità di riflettere sulle parole di papa Francesco quando parla di ‘Chiesa in uscita’, di una comunità ecclesiale rievangelizzata. È una chiamata all’esame di coscienza per essere credibili e non di scandalo”.

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Quanto ai segni religiosi esposti in luoghi pubblici, suor Roberta Vinerba si dice contenta: “Fa piacere che i simboli cristiani siano presenti anche nella società, ma sta a noi cristiani che quei simboli vengano riempiti di sostanza”. Come “l’ottimo richiamo alla dignità dell’uomo”.

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