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La cava di Panicale sarà riaperta? Italia Nostra: "Un disastro economico e ambientale"

Il niet di Fressoia: "Fatti e propositi che sembrano usciti delle più perverse fantasie"

“Con sbigottimento, Italia Nostra deve costantemente prendere atto di fatti e propositi che sembrano usciti delle più perverse fantasie”, scrive Luigi Fressoia, che dell’associazione ambientalista è presidente.

Allega alla nota l’immagine di uno splendido paesaggio umbro adiacente al Trasimeno: Monte Solare, Montalera e Panicale con la valle del torrente Tresa: rilievi collinari ammantati di boschi, coltivi, piccoli insediamenti ancora discreti, ville castelli e palazzi storici, reperti archeologici.

Rileva: “È un caso da manuale di patrimonio naturale e storico ben rimesso a frutto nel sofisticato contesto socio-economico: vi si contano decine di aziende agrituristiche e agricole, alcune delle quali di tipo innovativo sul filone dell’agricoltura biologica, ovvero prodotti di nicchia per un mercato maturo nazionale e internazionale, ove da tempo trovano sbocco il vino DOC Colli del Trasimeno, l’Olio Extravergine di Oliva DOP Colli del Trasimeno, la Fagiolina di Lago”.

Insomma, una zona finalmente a posto.

“Un contesto ove molti turisti trovano cordiale ed eccellente ospitalità, arricchita da relax e da molteplici richiami culturali e identitari come il paesaggio, l’estetica, le atmosfere, i reperti artistici diffusi, le iniziative dei vari comuni, i prodotti tipici il cui valore è non solo nella qualità intrinseca, ma nondimeno nello stesso paesaggio inconfondibile che li produce, li contiene e li sa offrire”.

Fressoia fa poi osservare: “Guardando con attenzione al centro della foto e nel riquadro di ingrandimento - pendice del Monte Solare - si riconosce bene la sagoma di una cava, dismessa da dieci anni, ovvero ormai poco visibile poiché la pietra ossidata dal tempo ha preso un colore neutro che, insieme alla vegetazione ricresciuta, la mitiga molto nell’insieme della vista panoramica”.

Ma cosa sta succedendo di così grave?

“Ora il diavolo vuole che quella cava si dovrebbe riaprire con tanto di atti amministrativi degli enti preposti (!), per sfruttare la vecchia concessione (di vent’anni fa) che ancora consentirebbe l’asportazione di 750.000 metri cubi di calcare, con un via-vai stimato di 60 camion al giorno, per dieci anni, lungo quelle stradette, appena utili per i trattori e poche automobili di residenti e turisti, strade rurali care a tutti quelli che vanno a cavallo, in bicicletta, a fare camminate”.

Con quali conseguenze?

“Il fronte della cava si allargherebbe di molti metri a destra e sinistra (nonostante ritrovamenti archeologici e relativi vincoli) e la pietra escavata brillerebbe di nuovo col suo solito biancore sgargiante”.

E, a carico della collettività, quali ne sarebbero gli aspetti sfavorevoli?

Il rumore e la polvere (sia di escavazione sia di transito) non potrebbe che danneggiare, se non distruggere, le buone attività già esistenti, che al momento impiegano non meno di cento persone tra proprietari, dipendenti e collaboratori, senza contare l’indotto. I turisti fatalmente non verranno più e il mercato immobiliare subirà un forte deprezzamento”.

Quale l’alibi portato per giustificare questo scempio?

“Fatto bizzarro, ma inquietante, è che le pezze d’appoggio amministrative osano chiamare la riapertura della cava col nome di “Riambientamento e Sistemazione”, solito gioco delle tre carte cui la politica degenerata ci ha abituati negli ultimi decenni”.

Ci sono motivazioni economiche?

“In verità, vi sono ragioni molto solide: il valore dei 750.000 mc da escavare pare aggirarsi sui 9 milioni di euro, che evidentemente fanno gola a più d’uno, oltre a cinque nuovi addetti (posti di lavoro grazie alla riapertura della cava). Nove milioni sono una bella cifra, ma non superiore al valore delle aziende - e al loro indotto complessivo negli anni - ora dedite al corretto uso del patrimonio storico-ambientale”.

Insomma: nel cambio, ci si rimette! Ma nessuno alza un dito per contrastare l’operazione?

“Logica vorrebbe che i poteri locali e gli enti preposti alle varie tutele non avessero dubbi: il beneficio socio-economico (oltre che culturale e sanitario) delle attuali aziende turistiche, agricole e alimentari, basate sulla tipicità del prodotto e del territorio, è molto superiore - in termini di redditi e di occupazione - alla riapertura della cava”.

Allora perché si vuol fare un’operazione “a rimessa”?

“La risposta probabilmente è nel cuore della politica degenerata degli ultimi decenni, nel suo carattere di intima compenetrazione con gli affari e i soldi. Si deve prendere atto che il trinomio diabolico Politica-Funzionari-Imprese ammanicate non demorde, sembra ben intenzionato a mantenere la sua cappa plumbea sopra gli organi della Pubblica Amministrazione, nonostante gli scossoni forti che la volontà popolare esprime”.

Dunque, cosa augurarsi?

“Italia Nostra confida nella Soprintendenza che – si spera - voglia azzerare ogni pretesa di riapertura della cava, in base alle proprie prerogative di tutela paesaggistica e archeologica”.

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