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L’oleificio Batta ottiene da Slow Food l’accreditamento per la varietà “Dolce Agogia”

Nuovo riconoscimento per l'azienda perugina che unisce sapori e saperi della tradizione e del mito

C’erano una volta la Ninfa Agilla e Trasimeno, suo sposo. Dalla loro genealogia discese la Ninfa Dolce Agogia. Che è anche il nome di un’antichissima varietà di oliva i cui piantoni punteggiano le colline del Trasimeno. La leggenda dice “la tenera e dolce Agogia, nipote della ninfa Agilla, era una ragazza cortese e bella e influenzò tutto il paesaggio del lago Trasimeno, compresi gli ulivi che iniziarono a produrre la varietà Dolce Agogia”.

L’oleificio Batta ottiene da Slow Food l’accreditamento per la varietà “Dolce Agogia”. Il monovarietale Dolce Agogia ha un fruttato leggero, un gusto dolce con note di amaro e piccante, caratterizzato da sentori di mandorla ed erbe fresche.

Il nome di questa cultivar umbra ricorda una “dolce goccia” di olio, a conferma delle note aromatiche dolci e delicate, dai leggeri profumi mediterranei.

Tornando a Batta, ricordo che le procedure di riconoscimento quale “presidio” perugino di Slow Food (“buono, pulito e giusto” è il testo cardine della sua filosofia) sono complesse. Difatti quell’istituzione vuole garanzie di olio biologico, con olivi su terreno esente da sostanze artificiali e potenzialmente tossiche.

Peraltro la varietà Dolce Agogia è tipica delle nostre zone e antichissima. Si pensi che esistono esemplari di piantoni di oltre tre secoli d’età.

C’è inoltre da considerare che si tratta di piante a lenta produzione e che forniscono un raccolto discontinuo, risultando quindi antieconomiche. L’obiettivo di preservarle nasce dunque da una decisa volontà di conservare la tipicità. Si tratta, peraltro, di quella varietà che le nostre nonne (ma la pratica è anche dei nostri giorni) utilizzavano per conservare in vasetti, condite con arancia, per l’inverno.

Un’altra specificità consiste nel fatto che c’è un arco di tempo molto breve per la raccolta, altrimenti il prodotto deperisce. Ed è quindi richiesto un impegno supplementare.

Dice l’Associazione: “Slow Food ha creato un Presidio nazionale che promuove il valore ambientale, paesaggistico, salutistico ed economico dell’olio extravergine italiano. Un progetto di carattere nazionale perché i produttori di extravergine affrontano le medesime criticità in tutta Italia, nelle diverse aree di produzione”.

Dunque Giovanni Batta e la moglie Giuliana hanno presentato la domanda di accreditamento a Slow Food che ha richiesto i dati esatti delle piante e la loro precisa ubicazione. Poi l’invio del campione, esaminato dal punto di vista organolettico, tramite assaggio di specialisti. Le analisi chimiche garantivano la qualità biologica del prodotto.

Infine l’accreditamento e la concessione dell’etichetta, definita “narrante” poiché racconta il prodotto, indica chi lo produce e descrive tutta la filiera.

Ecco come si salva la felice unione fra mitologia, tradizione, gusto e identità, saperi e sapori della nostra terra. Tutelando una varietà che le dure leggi dell’economia consiglierebbero di abbandonare

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