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PERUGINERIE | Quando si andava in via della Volpe a fare il bagno

La struttura, sebbene fatiscente, è ancora riconoscibile

PERUGINERIE. Quando si andava in via della Volpe a fare il bagno.

La struttura, sebbene fatiscente, è ancora riconoscibile in quella stradina, che confluisce su via Scoscesa, correndo parallela a via Pinturicchio. È lambita dalle propaggini degli orti della scarpata di Porta Sole e dalle ciclopiche fondazioni della Fortezza del Monmaggiore. Ora quella costruzione è protetta da una doppia porta a grata metallica (foto), ma si riesce ad intravederne l’interno.

Ero bambino quando funzionava da bagno e da diurno. La gente ci andava non solo per espletare bisogni fisiologici, ma specialmente per farsi un bel bagno. Pagando una cifra modesta, si riceveva sapone e asciugamano e ci si poteva dedicare a gratificati abluzioni. D’altronde, il bagno in casa era un privilegio riservato alle famiglie più benestanti che potevano fruire di abitazioni confortevoli.

Di bagni pubblici con docce ve n’erano diversi in città (l’Inviato Cittadino, a suo tempo, li ha fotografati e censiti). Alcuni, quelli con servizio docce/vasca, erano chiamati “diurni”. Altre volte riportavano la scritta “Latrine”, che pare un termine sguaiato, mentre si richiama alle “lautrina/latrina” romana, derivante dal verbo “lavare”, luoghi dove si andava per lavarsi.

Un custode vigilava sulla tenuta e sulla consegna/riconsegna di sapone e asciugamani. In qualche caso, si trattava di un invalido che poteva svolgere, senza troppa fatica, questo agevole compito.

Tempi duri, quelli di una volta, igienicamente negletti. Eppure, malgrado l’assenza di deodoranti, la gente non emanava cattivi odori. O forse non li sentivamo.

Ora quell’immobile di via della Volpe è cadente e, se non andiamo errati, dovrebbe ancora appartenere al Comune di Perugia. Peraltro, l’interno è in comunicazione con un piccolo giardino circondato da una muratura. In quegli ambienti degradati abbiamo visto passeggiare legioni di ratti.

Si dice che lì sotto corra un passaggio sotterraneo che collegherebbe la zona con piazza delle Prome. Sarebbe da indagare (auspico) da parte di Oliviero Fusini e dei suoi Indiana Jones di pozzi, cisterne e cunicoli nelle viscere della Vetusta.

Recuperare sì, ma per farne cosa? L’insieme potrebbe essere trasformato in un monolocale decoroso. È già accaduto in altre zone della città. Che si aspetta ad alienarlo?

E la Casina del dazio al Cassero? Lo stesso discorso vale per altri piccoli immobili, come la “casina del dazio” all’intersezione fra viale Zeffirino Faina e corso Garibaldi, vicino al cassero di Porta Sant’Angelo.

Immobili cadenti, che mettono a rischio la pubblica incolumità e che, oltre a non rendere nulla, non sono troppo onorevoli per l’immagine della città.

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