Giovedì, 29 Luglio 2021
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PERUGINERIE - Quei blocchi di calcare, resti di un antico acquedotto sotto l’Arco Etrusco

L’ipotesi degli archeologhi Simone Sisani e Paolo Braconi (da ieri, festa di San Costanzo, ufficialmente in pensione)

PERUGINERIE. Quei blocchi di calcare, resti di un antico acquedotto che passava sotto l’Arco Etrusco. La tesi di Simone Sisani, confermata dall’archeologo Paolo Braconi.

Il restauro dell’Arco Etrusco è stato foriero di interessanti scoperte, alcune documentate nel bel volume “L'Arco Etrusco di Perugia. Storia e restauro”, Perugia 2019, pp. 129-143 (a cura di M. Mariani, L. Cenciaioli, M. C. Timpani).

Ci racconta Paolo Braconi: “In occasione dello scavo a ridosso del tratto interno del muro etrusco in Via Bartolo, sotto i locali della Soprintendenza, vennero alla luce dei blocchi di calcare perforati. A  Simone Sisani, che mi fece cortesemente vedere il  cantiere di scavo, dissi che secondo me quei blocchi erano tubature di un acquedotto antico, in condotta forzata,  come se ne conoscono in diverse parti dell’Impero”.  

La scoperta è documentata?

“Sisani ha pubblicato il resoconto dello scavo, ipotizzando proprio che si tratti di resti di tubature di acquedotto romano, riutilizzate come materiale da costruzione e nella fase tarda da lui indagata, che ha collocato tra il III-IV a. C. o anche oltre (V-VI). [L’ipotesi originaria è nel saggio di Simone Sisani, “Le mura etrusche di Perugia: indagini di scavo a monte della cortina di via Bartolo e presso la ‘postierla’ di via della Cupa”, ndr].

Chi ci dice che quei blocchi fossero in origine proprio dove sono stati repertati?

“È vero: potrebbero in teoria provenire da chissà dove. Anche se, di solito - in caso di reimpiego - si può ragionevolmente ipotizzare che il manufatto distrutto si trovasse non molto lontano dal luogo del ritrovamento”.

Parlaci dunque della scoperta, tutta tua, che conferma l’ipotesi.

“Passeggiando per Perugia con l’occhio dell’archeologo, abituato a individuare tracce di tecniche e  materiali antichi, e avendo in mente proprio le tubature di cui sopra, qualche mese fa ho notato che gli stessi elementi lapidei sono stati utilizzati per costruire la chiesa di San Fortunato, visibili in alto sul suo muro lungo via Scoscesa, proprio sopra l’edicola con la Madonna”.

Dove esattamente?

A pochi metri dall’altro cimelio a voi noto: il coperchio di urna etrusca, con testine, al termine di via Scoscesa, murato su una parete lungo Via Pinturicchio. Ma, soprattutto, a pochi metri dalle tubazioni di cui sopra, che si trovano dentro la cinta muraria”

Conclusioni da trarne?

“Mi pare si possa ragionevolmente avanzare l’ipotesi che esistesse nella zona dell’Arco Etrusco una tubazione, in condotta forzata (in salita: ecco perché si parla di condotta ‘forzata’), che evidentemente attraversava le mura e portava l’acqua in direzione dell’acropoli”.

Addirittura, una linea (parzialmente) antesignana dell’acquedotto di Monte Pacciano?

“Sì. L’unico varco possibile qui era proprio quello della Porta ed è, a mio avviso, molto probabile che il condotto passasse sotto la via pubblica. Per intenderci, nel tracciato ricalcato da  Corso Garibaldi-via Ulisse Rocchi, per salire verso il cuore della città”. 

Come mai non se ne era mai individuata traccia tangibile?

“I lavori di ribassamento delle quote stradali e della piazza, dalla tarda antichità al medioevo, hanno evidentemente intaccato anche le condotte antiche che normalmente giacevano sotto le vie pubbliche (e passavano per le porte o postierle) senza perforare la cinta, rendendo disponibile il materiale di risulta nel corso dei secoli”.   

Hai prove a sostegno della tua tesi?

“Cito un’epigrafe del Corpus Inscriptionum Latinarum (la XI,1946) che stava proprio davanti alla facciata del Tempio di Sant’Angelo, quando fu per la prima volta vista e descritta”.

Cosa ci racconta?

“Cita proprio una ‘Aqua Virgo’ che fu condotta con un saliente nel foro (di Perugia). L’epigrafe, datata in età augustea, cita anche un tempio di Ercole e una strada lastricata, fatta dallo stesso personaggio al quale viene dedicata la statua citata nella dedica, arrivataci mutila”.

Dunque, esisteva veramente questo acquedotto?

“Esattamente. C’era un acquedotto antico nella sola zona della città da cui si potesse fare arrivare, dall’alto, l’acqua, come poi sarà nel Medioevo. Con la differenza che l’acquedotto medievale ha seguito un altro percorso, andando incontro a non pochi problemi. Mi sento pertanto di affermare che l’acquedotto antico era più funzionale di quello medievale”.

Hai operato anche un suggestivo collegamento, scherzoso ma non tanto. Ce ne vuoi parlare brevemente?

“Un collegamento con Ercole, il tempio di sant’Angelo, e il culto erculeo-micaelico”.

Facci capire meglio.

“Ercole era (anche) un dio dei pastori, protettore  delle mandrie dai briganti/rapinatori (ecco il ruolo della clava). Spesso, in ambito italico (ma non solo), questo ruolo è stato cristianizzato, sostituendo l’antico dio con la clava con il nuovo Angelo con la spada”.

Un nesso affascinante.

“La spada e la clava, Ercole e San Michele, l’acquedotto e la strada antichi. Insomma: una potenza divina, armata di clava, aleggiava nel quartiere, ben prima dell’Angelo”. 

Mi permetti di aggiungere a tutto questo la coerenza del simbolo della clava, scolpito sopra i colonnini della Fonte Tezia, ai piedi del torrione di sinistra dell’Arco Etrusco?

“Certamente sì”.

POSCRITTO AMICHEVOLE-INFORMATIVO. Ieri, festa di  San Costanzo, è stato l’ultimo giorno in servizio dell’amico Paolo come docente allo Studium Perusinum. Dal 1° febbraio è pensionato. Da lui, coltissimo e prezioso narratore di storia e storie, ci attendiamo ancora tante interessanti affabulazioni e qualificati contributi. Oltre che (ma questo è un altro discorso) significative presenze, in veste di attore, sui palcoscenici. Dove lo abbiamo, tante volte, ammirato e recensito.

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