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SCHEGGE di Antonio Carlo Ponti | Il gran rifiuto ai capolavori letterari... che poi hanno fatto la storia della letteratura

No, non è quello al soglio di papa Celestino V nel 1294. Questa settimana ho voglia di scrivere di libri stranamente e contro i miei gusti. Ma non di un titolo o di titoli che mi hanno stupito, antichi o novità, no, della storia di alcuni capolavori o best seller che gli editori, spesso come le tre scimmie bocciarono ma con tigna vinsero critica o pubblico. Ma in casi di rifiuto senza esiti, quando le parole scritte su carta o sul pc rimangono inevase, un peso, una disfatta possono avere conseguenze gravi o contraccolpi psichici sugli autori, coloro che spesso con dolore e fatica li scrissero.

Taluni credendosi Tolstoj o più semplicemente perché avevano urgenza di esprimersi, di confessarsi, di elaborare – come si dice da un po’ di tempo – un lutto o un fallimento, o un amore o un innamoramento (che ormai lo sanno pure i sassi e la mia gatta non sono la stessa cosa: Francesco Alberoni, 1929, tuttora docet su “il Giornale”). Quanto ai libri dapprima reiteratamente respinti poi ascesi al successo – le case editrici sono fatte da donne e da uomini e quindi soggetti a sbagliare – non bocciò André Gide a Marcel Proust

“La strada di Swann”? dopo se ne pentì ma la figuraccia rimane. . Invece non si pentì Elio Vittorini allorché disse di no a “Il gattopardo”. Noti sono i lettori di professione (la definizione è di Paolo Milano) che spinsero, di rifiuto in rifiuto, Guido Morselli (1912-!973 a spararsi alla tempia con la sua Browning 7.65, «la ragazza dall’occhio nero», ossia la morte che mette fine ai tormenti dello scrittore senza ascolto: Geno Pampaloni, Italo Calvino, Vittorio Sereni, Carlo Fruttero e altri molti. Sia grazie a Giorgio Bassani che patrocinò l’uscita del capolavoro del principe siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa. 

Non trovando nel casino dei miei scaffali il saggio di Mario Baudino “Il gran rifiuto“ (Passigli 2009) sono ricorso, non ricordando molti libri respinti, a Google e ho scoperto delle vere chicche in rosso nello sciocchezzaio edtoriale. Ne elenco una lista noiosetta, ma tant’è, è il succo di questa scheggia che difende gli esclusi – mi ci metto anch’io – nel caravanserraglio delle raccomandazioni e dello scribo ut scribas. Per cui nella babele di libri che escono in un anno in Ita (61.000 con 1.500 editori per 23 ml di lettori) è meglio mettersi in sonno o mettere mano al portafoglio. 

[Io non ho mai pagato un editore, o meglio ho consumato diritti retribuiti per consulenze e editing sotto forma di pubblicazione, questo per i romanzi e le plaquette di poesia. Al contrario qualche volta ho guadagnato royalties per cataloghi o saggi d’arte. Un mio romanzo, che chi l’ha letto reputa buono – “Argo” – ma un flop in libreria, l’ho ri-proposto a tre editori, a due produttori cinematografici e a Rai Fiction con l’esito che nessuno mi ha risposto; almeno una volta arrivava come nel caso di Morselli una letterina unta d’ ipocrisia.] 

Tornando al mio neologismo librorum respuendorum, esso è una lista tra il tragico e il comico, tra il delirante e il ridicolo. Divertente, io credo, e stimolante per spingere a leggerne ohibò almeno qualche storia. Non uso le virgolette – il corsivo che ci vorrebbe sembra interdetto – e divido alla Totò con il punto e virgola i titoli. Se penso che Gente di Dublino di James Joyce ricevette 22 no, invece che so a Fabio Volo o a Chiara Gamberale pubblicherebbero perfino la lista della spesa, monta un po’ di barbara sana invidia. Io non mi suiciderò né metterò termine alla mia vita e mi sa che sono la medesima cosa. 

Che avrebbe dovuto fare Herman Melville quando gli suggerirono di cambiare la balena bianca con una formosa e maliosa sirena? E George Orwell con La fattoria degli animali rifiutato da Thomas S. Eliot o definito un libro per ragazzi? David Herbert Lawrance nel 1928 stampò a Firenze a sue spese in 1.000 copie zeppe di refusi nella tipografia Giuntina lo scandaloso e un po’ noioso L’amante di Lady Chatterley che dice sesso al sesso. Alberto Pincherle non ancora Moravia nel 1929, a 22 anni, si fa prestare 5.000 lire dal padre per stampare Gli indifferenti. 

Vi bastano Harry Potter? E Lolita di Vladimir Nabokov; Fiesta di Ernest Hemingway; La spia che venne dal freddo; Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert Pirsig; Se questo è un uomo di Primo Levi rifiutato in prima battuta da Calvino e da Einaudi; The Bell Jar (La campana di vetro) di Sylvia Plath (1932-1963, suicida per sconforto esistenziale); Il padrino di Mario Puzo? Aggiungo, e poi vado a letto, è l’una e trenta di notte di martedì 16: Delitto e castigo; Cent’anni di solitudine; Il Signore degli Anelli; Arthur Conan Doyle e il suo Sherlock Holmes; Le poesie di Emily Dickinson; Il postino suona sempre due volte di James Cain; il grandioso L’uomo senza qualità di Robert Musil (ma non ho superato la metà delle mille pagine). Dopo Diario di Anna Frank, stramazzo. Ma mi si vuole impedire una citazione dotta?

Il filosofo tedesco Gottfried Wilhelm Leibnitz (1646-1716) diceva che viviamo nel migliore dei mondi possibili. E fu strapazzato da quel poco di buono di Voltaire che su di lui ritagliò la figura di Pangloss, il maestro di Candido. Questo mondo è il peggiore dei mondi possibili. Perché è abitato da noi umani.  La citazione non calza troppo ma mi serve per prender sonno. Ognuno ha il sonnifero che si merita. Ma attenzione! il sonno della ragione genera mostri. E parafrasando Baudelaire: Lecteur et lectrice, mes sembables, mes fréres, bonne nuit.

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