Angolo del Dónca - Uno dei più rinomati santi (inventati) perugini è San Sug(he)ro, ecco perché

L’espressione ricorre quando si vuol mettere in evidenza una festività “rubata” in quanto motivata dalla scarsa voglia di lavorare. Come nella battuta: “Che fè, llavori? Ògge è san Sugro?”

Uno dei più rinomati santi (inventati) perugini è San Sug(he)ro. L’espressione ricorre quando si vuol mettere in evidenza una festività “rubata” in quanto motivata dalla scarsa voglia di lavorare. Come nella battuta: “Che fè, llavori? Ògge è san Sugro?”.

Il nome deriva dallo storpiamento di Santo Sudario. Walter Pilini mi ricorda che tra Montone e Pieve de’ Saddi c’è il fosso di San Sughero. A Parlesca, vicino a Torre Strozzi, c’è la chiesa di San Sugaio dove si teneva anche una festa.

C’è pure da valutare che il riferimento al sughero – fibra usata per i tappi – potrebbe alludere alla scarsa importanza di un santo, per così dire, “leggero”, ossia di poco conto. Non è da scartare anche il fatto che, proprio in ragione del tappo per bottiglie di vino, San Sughero fosse l’immaginario protettore dei bevitori. Ricordo che una volta l’indimenticabile amico Gerardo Gatti buttò lì la battuta, riferendosi a un’espressione udita alla Conca. In riferimento a un noto beone, si disse “Ha festeggiato san Sugro!”.

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“Sugro” si dice anche a un presuntuoso che si dà arie, spesso immotivate, ossia non sorrette da adeguate qualità. Un sinonimo potrebbe essere “vanaglorioso, fanfarone”. Non a caso esiste il termine “sugarone” a indicare un tipo di tal fatta. La metafora deriva dal fatto che il “sugarone” vuole stare sempre “a galla” (come il sughero) e, per esempio, si atteggia a superiore e non rivolge facilmente la parola. Insomma, “sugarone” è un tipo presuntuoso che “sta sulle sue”. Il termine è usato specialmente in zone del nostro territorio limitrofe alla Toscana e soggette alla sua influenza linguistica.

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