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Allarme demografia, a Perugia e provincia non ci sono bambini per formare le classi prime

Diversi istituti scolastici riscontrano difficoltà nella formazione di più classi prime: è la immediata conseguenza della crisi demografica, ampiamente annunciata dagli studiosi: che cosa comporterà

Non ci sono più bambini per formare le classi prime elementari. L’allarme arriva, a pochi giorni dalla chiusura dei termini per le iscrizioni, da più istituti comprensivi di Perugia, ma anche da altre città umbre, dove scarseggiano anche le iscrizioni alle scuole materne.

Meno bambini, meno classi, meno posti di lavoro. Ma anche meno feste di compleanno, meno corsi pomeridiani di inglese, palestra, calcio. Meno economia e quindi meno futuro.

In questo modo, il tanto annunciato gelo demografico ha cominciato a infliggere i suoi primi colpi: ogni anno, ciclicamente, all’uscita dei dati Istat sulle condizioni demografiche italiane, fior di statistici e sociologi si stracciano le vesti annunciando una tendenza senza ritorno. L’Italia è ormai un Paese di vecchi, un Paese per vecchi, e la nostra Umbria ricade tra le regioni che se la passano peggio in quanto a rapporto tra popolazione over 65 e nuovi nati.

Tutto questo, ovviamente, non è un discorso che ha a che fare con il “nazionalismo” o con simili ideologie basate sull’etnia: la riduzione delle nascite, come evidenziano gli ultimi dati disponibili, interessa ormai da diversi anni anche i molti stranieri che vivono stabilmente in Italia e in termini strettamente numerici significa un impoverimento per tutto il sistema-paese.

Proviamo a fare un’analisi che vuole essere uno spunto di riflessione, assieme alla sociologa del lavoro e dei processi economici Rosita Garzi, Ricercatrice presso il Dipartimento di Filosofia, Scienze sociali, Umane e della Formazione dell’Università di Perugia.

“La popolazione umbra ha un trend costante di invecchiamento. Fra l’altro, questo invecchiamento corrisponde a un progressivo aumento della fragilità sociale della popolazione anziana. Questo comporta per tutta la regione il rischio di una scarsità di autonomia economica e di innovazione nella produzione e nei processi produttivi. Lo spopolamento e invecchiamento potrebbe condurre anche alla nascita di zone residenziali popolate in prevalenza da anziani, con tutto ciò che ne consegue sul piano sociale. Sui giovani che restano graverebbe il peso della cura delle persone anziane (sulla base delle proiezioni Istat, si calcola che nel 2065 queste potrebbero arrivare a tre ogni giovane), con un legame sociale sempre più impoverito dalla quasi assenza di famiglie e forze di lavoro giovani, e un welfare sempre più in difficoltà nel rispondere a tutte le problematiche del terzo millennio: il futuro della Regione potrebbe essere seriamente compromesso. L’impoverimento generale dal punto di vista economico, e quindi sociale, - prosegue la ricercatrice - spingerebbe ancora di più le nuove generazioni a cercare un futuro migliore fuori regione e a creare ancora di più una profonda frattura generazionale del nostro cuore verde d’Italia”.

Se esista una “cura “ per tutto questo, non sappiamo. Di certo, interventi urgenti e strutturali sull’asse sociale della nostra regione devono essere fatti, e la legge regionale sulla famiglia portata avanti da alcuni consiglieri potrebbe essere una prima mossa giusta. Ma la strada è veramente in salita e ormai siamo ben oltre il tempo limite.


 

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