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Ercole Farnese 4.0: Che artista sarebbe stato Bernini… se avesse avuto a disposizione Photoshop!

Intervista a Paolo Belardi, professore ordinario di “Composizione architettonica e urbana” nel Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università degli Studi di Perugia

Visioni e ipotesi di Paolo Belardi per San Francesco al Prato.

Belardi è professore ordinario di “Composizione architettonica e urbana” nel Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università degli Studi di Perugia, dove è presidente del corso di laurea in Design e coordinatore del corso di laurea magistrale in Planet Life Design. Dal 2013 al 2018, è stato direttore dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia.

Paolo, ci vuoi parlare dell’importanza delle copie in arte?

“Nel corso della storia, le copie delle opere d’arte sono state fondamentali per la conoscenza degli originali. Il ‘Discobolo’, ad esempio, è una statua greca bronzea, realizzata da Mirone intorno alla metà del V secolo a.C.. L’opera originale, al pari di molte altre statue dell’antichità, è andata perduta. Ci è fortunatamente nota proprio in virtù delle copie marmoree, commissionate dai patrizi romani, nel cui novero risalta la celebre versione Lancellotti”.

Si potrebbe pensare a qualcosa di simile per l’Ercole Farnese di cui la nostra Accademia possiede il gesso?

“L’opera, oggi esposta nell’Aula Magna dell’Accademia (che da essa prende nome), è stata donata dal Comune di Perugia nel 1818. Si tratta di un monumentale calco in gesso, alto più di tre metri e formato in età neoclassica da un artista ignoto”.

Quale la base di partenza?

“Si è partiti dalla copia in marmo, eseguita a sua volta in età ellenistica da Glicone, sull’originale in bronzo gettato in età alessandrina da Lisippo. L’opera, come è noto, campeggiava sull’acropoli della colonia magnogreca di Taras (odierna Taranto)”.

Se ben ricordo, la risorsa delle copie ha salvato il claudicante bilancio della nostra Accademia.

“Ricordi bene. Nel 2013, nell’ambito di un’iniziativa titolata ‘Michelangelo in Cina’, che è stata un’intuizione formidabile della governance precedente alla mia nomina a direttore, ventiquattro copie in bronzo dei quattro calchi michelangioleschi (che sin dal 1573 sono parte del patrimonio dell’Accademia), realizzate con la tecnica della cera persa nei laboratori della Fonderia d’Arte Massimo Del Chiaro di Pietrasanta, sono state protagoniste di uno straordinario evento culturale itinerante che ha preso le mosse da Pechino ed è approdato a Shangai”.

C’è stato poi dell’altro, vero?

“Sì. Nel 2015, una copia in marmo delle ‘Tre Grazie’ di Antonio Canova, eseguita dallo scultore Massimo Galleni (utilizzando la tradizionale tecnica dei punti sulla ‘copia originale’ donata dallo stesso artista all’Accademia nel 1822), è entrata a far parte della collezione artistica della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia.

E ancora?

“Infine, nel 2016, in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università degli Studi di Perugia, l’Accademia ha promosso una ricerca applicata, volta a progettare il concept di ‘4DGypsoteca’: una replica multimediale della propria gipsoteca in cui le valenze culturali del concetto di copia erano amplificate ed elevate a potenza”.

Poi, tutto si è fermato?

“L’iniziativa non ha avuto seguito, ma i cloni digitali dei calchi ivi previsti sono stati comunque acquisiti mediante tecniche laser scanning e sono stati sottoposti a un processo di duplice ottimizzazione: da un lato ai fini della realizzazione di copie materiali mediante la stampa 3D e, dall’altro lato, ai fini della visualizzazione immersiva di copie immateriali, esperibili attraverso visori VR”.

Ci vuoi parlare del megaprogetto che mi ha fortemente impressionato?

“Forte di questo patrimonio prezioso di ‘copie immateriali’, pensai di celebrare la capacità dell’Accademia di custodire i calchi, acquisiti in cinquecento anni di storia, senza rinunciare a valorizzarli”.

Sarebbe possibile comunicare, anche a chi non lo sa, la presenza dell’Aba e del suo Museo in San Francesco al Prato?

“Ho pensato di comunicare la ‘presenza fisica’ dell’Accademia altrimenti ‘costretta visivamente’ tra l’oratorio di San Bernardino e la chiesa di San Francesco al Prato”.

Quale, in concreto, la proposta?

“Proposi di posizionare, davanti al portico d’ingresso, su piazza San Francesco al Prato, una copia in bioplastica colorata (filamenti di acido polilattico) della copia in gesso dell’Ercole Farnese. Quindi una copia di copia di copia… quasi un originale! Purtroppo, però, il mio progetto, pur sollevando l’interesse del presidente Mario Rampini (sempre sensibile alle idee innovative), è rimasto sulla carta”.

Non piace perché troppo audace?

“Indubbiamente era un’ipotesi ardita, non soltanto dal punto di vista ambientale, perché d’indubbio impatto visivo, ma anche e soprattutto dal punto di vista culturale, perché la diffidenza per il valore artistico delle copie continua a persistere anche oggi, nell’era della massima riproducibilità tecnica. Il che è francamente incomprensibile”.

Sarebbe un unicum?

“No. Non mancano precedenti illustri nell’utilizzo di copie di statue d’autore. Soprattutto in età postmoderna: penso al progetto di Aldo Rossi per il Centro Direzionale di Firenze, così come al progetto di Carlo Aymonino per il completamento del Bacino di San Marco a Venezia, e al progetto di Vittorio De Feo per il Monumento alla Resistenza di Fidenza”.

Condivido l’ipotesi e la giro ai lettori che ne saranno di certo interessati. Paolo, mentre ti ringrazio della strepitosa “provocazione”, ti invito a chiudere con una battuta.

“Ho sempre in mente la notazione provocatoria con cui, anni addietro, il regista cinematografico Peter Greenaway liquidò le critiche a una sua installazione sulla copia delle ‘Nozze di Cana’ di Paolo Veronese”.

Cosa disse il provocatorio regista gallese?

“Che artista sarebbe stato Bernini… se avesse avuto a disposizione Photoshop!”.

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