La Famiglia Perugina in trasferta torgianese per visitare la straordinaria mostra di Giuliano Giuman

Guidata dalla vice presidente Letizia Magnini, la Famiglia Perugina in trasferta torgianese per visitare la straordinaria mostra “Amor doppio” di Giuliano Giuman. Palazzo Graziani-Baglioni, fra il giardino e l’interno, fa da splendida cornice alle opere, alcune delle quali appositamente pensate per quel luogo (“site specific”, dicono ‘quelli che parlano bene’). È il caso della meridiana coi dodici mesi (allegoricamente rappresentati da 12 scalini di diversi e variegatissimi colori) posizionata sotto un’antica meridiana dismessa e monca.

Tocca a Marina Bon, storica dell’arte e curatrice della mostra, incantare il pubblico con la fascinosa diegesi di quella famiglia, di quel palazzo, di quella vicenda intrisa di laicismo nobiliare e ascetica religiosità, fino alla figura dell’ultimo discendente, dal nome familiare di Astorre, splendido anacoreta che lasciò i suoi averi a una fondazione… tutto capitale immobiliare, ma “sine pecunia”. Giuliano Giuman ha maturato 35 anni di vetro. Lo ricordo, negli anni Sessanta, armeggiare coi pennelli al numero 2 di via della Viola. 

Poi l’ascesa nell’olimpo dei pittori e, fatto più unico che raro, il passaggio al vetro a gran fuoco. Brera, i successi milanesi, poi il ritorno nella Vetusta che lo richiamava e lo persuadeva con le lusinghe del cuore. Giuliano – con la naturalezza dei grandi – riferisce della casualità dalla quale nasce il suo “amor doppio”. È una di quelle fortunate circostanze per le quali vale il detto “Caso è il nome di Dio… quando non voleva firmare”.

Non un tradimento della pittura – precisa – ma un matrimonio perfetto fra vetro e tela”. Di cui propone una cinquantina di esempi da togliere il fiato. Fra tela e vetro, dunque, uno sposalizio d’amore forte e di passione accesa, non uno stanco matrimonio di convenienza. Le opere all’esterno (Il riposo del guerriero, Le ali dell’Angelo), malgrado la giornata uggiosa, riflettono un cielo cobalto. Ben diversamente da quando si accendono i rossi, colpiti dai raggi sole. Ma è la polisemicità dell’arte a vincere su tutto.

Quelle all’interno sono opere da vedere e meditare una per una, magari con la mediazione dell’artista, sempre disponibile a dar conto del suo lavoro. Senza segreti, senza riserve. “Giuman uomo del Rinascimento?”, osserva Marina, intendendo quella speciale modalità di “sentire” i luoghi. Giuman – dice l’Inviato Cittadino – come perfetto prototipo di classicità, riversata in moduli e stilemi del presente, ma aperti al futuro. Chissà se mai rinascerà un artista di tale grandezza. So si essere di parte, ma sono anche consapevole del fatto che è rara la fortuna di veder crescere e plasmarsi, sulla tela e sul vetro, le innumerevoli ferite che l’età lascia sul corpo, senza toccare l’anima. In una disperata inquietudine, grazie alla quale l’opera dell’artista acquista senso. Si direbbe arte di tela e di vetro come “Histoire de ma vie”… se non l’avesse già detto George Sand.

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