Rubrica - Visti per Voi: Miseria e nobiltà, una riuscita rivisitazione

“Miseria e nobiltà”: quando si sceglie di rivisitare un classico, riscrivendolo in chiave di babelica mistilingua. Esperimento di certo interessante, ma con qualche limite di comprensione da parte dello spettatore, usualmente poco avvezzo allo slalom dialettale

Impossibile non tornare al confronto con la trasposizione cinematografica di Mattoli: quel Totò che detta la lettera, comprensiva di sgangherati segni d’interpunzione, quegli spaghetti voracemente aggrediti e prudentemente messi in saccoccia, quella mascheratura da principe fasullo… sono fissi nella memoria collettiva. Tanto che, nel finale, non si può fare a meno di riproporre in audio il “principe” De Curtis.

Ma lo spettacolo prende un po’ le distanze dall’originale e si presenta in modo proprio. Spigliatissimi gli interpreti e oliati i meccanismi. Spoglia la scena, in armonia con l’ambiente miserabile del contesto. Ori e falsi d’effetto nella simulazione regale. C’è farsa e ironia. C’è uno splendido Ciro Masella che non fatica a calarsi nel materno pugliese. L’insieme – apparentemente semplice, in realtà complicatissimo e insidioso – gira con efficace sincronismo: ironia nella farsa con brandelli di verità.

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Un dubbio finale: c’era bisogno di una trasposizione dialettale? Forse si voleva significare che, come le lingue locali, la miseria reale e la nobiltà fasulla sono ormai patrimonio della realtà nazionale? Se questo s’intendeva, obiettivo centrato.

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