VISTI PER VOI - "Stabat Mater" chiude al Morlacchi il Festival di Primavera. Uno spettacolo esemplare

“Stabat Mater”, uno spettacolo spiazzante e magnificamente recitato, chiude il Perugia Teatro Festival, appendice giovanile – ma non giovanilistica – della Stagione teatrale al Morlacchi

“Stabat Mater”, uno spettacolo spiazzante e magnificamente recitato, chiude il Perugia Teatro Festival, appendice giovanile – ma non giovanilistica – della Stagione teatrale al Morlacchi. Complimenti, dunque, al neo direttore Nino Marino che – seguendo l’input di Franco Ruggieri – ha portato a compimento quella formidabile intuizione di turn over fra attori maturi e formazione/sperimentazione di nuove leve.

Sul palcoscenico del Morlacchi, il secondo step della “Trilogia dell’identità”, scritta da Liv Ferracchiati, drammaturga di vaglia, capace di intercettare uno dei temi che attraversano il contesto socio-culturale e antropologico, sollecitando, e solleticando, pulsioni spesso banalmente consumistiche o pruriginose.

Al contrario, l’approccio della Ferracchiati evita le insidie del corrivo per posizionarsi in una dimensione di plausibilità. Le tre giovani interpreti (Chiara Leoncini, Alice Raffaelli e Stella Piccioni) si dimostrano all’altezza del tema, muovendosi con disinvoltura fra il dramma e il paradosso, la riflessione esistenziale e la boutade (penso alla spassosa diegesi sull’ode al prosciutto che evoca il teatro dell’assurdo). E si fanno amare, le tre ragazze, per la freschezza e la serietà con le quali affrontano una difficile prova, in costumi connotati da un costante cambio, ad avvalorare contesti emotivamente e situazionalmente diversi.

Anche i riferimenti al cinema di Woody Allen e Ingmar Bergman superano il momento citazionale cinefilo per contestualizzarsi degnamente nel plot, assumendo credibilità. Il tema è ancora quello dell’identità sessuale e delle sue… “complicanze”. Stavolta i protagonisti non sono i preadolescenti di “Peter Pan”, in bilico fra le incertezze frustranti dell’età puberale. Si tratta, invece, di tre adulti: uno scrittore lei/lui, la sua amante, arrendevole e appassionata, e una analista che, alla fine, si rivelerà la più intrigante e desiderabile.

Sullo schermo, in registrata, una madre (Laura Marinoni) che incarna l’autorità “normante”, fin troppo sollecita e perfino invadente, destinata ad evocare il detto freudiano che per crescere occorra “uccidere i padri” (in questo caso, le madri). “Fuori dai piedi, insomma, i genitori che, con le loro ansie, disturbano, e turbano, la vita pulsionale del figlio”, sembra dire l’autrice. E, non a caso, è il sogno la chiave di lettura di questo naturale impulso contro qualunque imbarazzante Sup-erego.

Ed ecco che il titolo si legge come un ironico rovesciamento dello “Stabat Mater dolorosa / iuxta crucem lacrimosa”. È la madre stessa la fonte di dolore e frustrazione. La protagonista – femmina di corpo, maschio di testa, recitata con dolcezza straziante – ha trovato un proprio equilibrio, al di là dell’inevitabile “invidia penis”, surrogandone il possesso virtuale in quota rosa, senza traumi di sorta. O, quanto meno, riducendo la sofferenza, libera da sensi di colpa. Non “al di là” del Bene e del Male, ma prima, molto prima dei concetti di Bene e di Male. Senza nemmeno porsi la questione.

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Esce, imprevedibilmente, dal cilindro l’innamoramento per l’analista, burrosa e invitante, fino a indurre la/il protagonista a scagliare un’invettiva contro l’anello che la donna porta al dito. Quell’anello, simbolo di riduzione a norma della diversità, significa accettazione conformistica e ‘violenta’ di una società che tutti vuole omologare, in nome dell’ordine e della procreazione. Insomma: una pièce che intende porre le domande giuste, più che proporre soluzioni. Una bella lezione di teatro che si cala nel contemporaneo. Un inno alla diversità nella città di Sandro Penna, con la sua grazia lieve e spaesata. Il peccato – se mai ci fosse – starebbe solo nell’occhio di chi guarda.

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