VISTI PER VOI "La morte e la fanciulla" (al Cucinelli di Solomeo) dimostra come la danza possa affrontare i massimi temi dell'esistenza

Il lavoro prende le mosse da “Der Tod und Das Madchen” (La morte e la fanciulla), dedicato, appunto, alla Nera Signora, e scritto da Schubert nel 1824

Quei corpi che parlano appartengono alle performer Eleonora Chiocchini, Valentina Dal Mas e Claudia Rossi Valli. Tre “fanciulle” che, al Cucinelli di Solomeo, hanno proposto un raffinato “La morte e la fanciulla” facendo il pieno di spettatori.

Il lavoro prende le mosse da “Der Tod und Das Madchen” (La morte e la fanciulla), dedicato, appunto, alla Nera Signora, e scritto da Schubert nel 1824.

Il musicista viennese, solo ventisettenne, reduce da una brutta malattia, svolse una riflessione sull’avventura esistenziale e sulla sua ineludibile conclusione. La coreografia risente, appunto, dell’atmosfera della composizione e riesce a tradurla in movenze romantiche, cariche di significazione.

La riflessione si dipana attraverso percorsi coreutici arditi, mescolando abilmente i media col ricorso alla presa diretta e alle proiezioni in registrato. Un dietro le quinte che documenta come l’arte grondi sudore e non sia solo movimento visibile, ma anche pulsione interiore, resa visibile coi mezzi del corpo.

L’arte – si è scritto – esige realtà visibili. Ma anche irrealtà visibili o pensieri tradotti in paradigma. Dubbi e incertezze proposte in atmosfere fumose e sfuggenti (foto). Quei corpi nudi mostrano, in evidente metafora, come nudi si nasca e nudi ci si ritrovi davanti alla riconsegna di quell’involucro in cui viviamo. Tanto che non si comprende se sia più grande il mistero della nascita o quello della morte. Uno spettacolo che tocca corde profonde e sensibili, tanto da risultare spiazzante e stimolare una riflessione su noi stessi.

Perché – per dirla con Nietzsche – “le cose grandi richiedono che se ne taccia… o se ne parli in grande. In grande significa: con cinismo e con innocenza”. Credo che “La morte e la fanciulla” abbia scelto di parlare di “cose grandi”. E che lo abbia fatto nell’unico modo alto: quello che affronta i massimi temi e il mistero dell’esistere con la potenza dell’arte.

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