(RI)LETTI PER VOI Un piccolo grande libro che riporta alla ribalta le "Vassallate" di Don Pavana

Esce l’anastatica di un piccolo grande libro che riporta alla ribalta le Vassallate di Don Pavana. Merito dell’editore Fabio Versiglioni di Futura che si è fatto carico di rieditare questi 50 sonetti “in vernacolo peruginesco”

Esce l’anastatica di un piccolo grande libro che riporta alla ribalta le Vassallate di Don Pavana. Merito dell’editore Fabio Versiglioni di Futura che si è fatto carico di rieditare questi 50 sonetti “in vernacolo peruginesco”, pubblicato nell’anno 1900 a cura dell’editore perugino Domenico Terese (del quale si sono perse le tracce), che lo mise in vendita al prezzo di 50 centesimi. Ma le poche copie stampate all’epoca hanno comportato la conseguenza che il libro fosse ormai introvabile.

Don Pavana è uno pseudonimo che l’autore aveva utilizzato anche nella precedente raccolta dal titolo “Quil che dice la piazza…”. Il prefisso “don” fa pensare non a un prete, ma piuttosto a un titolo nobiliare o comunque alla derivazione dal latino “dominus”, equivalente di “sòr”. L’eteronimo scherzoso “Pavana” sta per “cotta amorosa”, ma anche “sbornia/solenne ubriacatura” e pure “ceffone/sberla”. Ed è proprio questo il senso per identificare l’autore come “colui che spara manrovesci a destra e a sinistra”.

Il Prefatore e complice Gigi Monti definisce la lingua dell’autore “il vero dialetto perugino, fissato da un limite che sono le mura della città di Perugia”. Non le mura etrusche, forse quelle medievali, ma di certo la lingua parlata entro il perimetro urbano, escludendo le varianti periferiche e “vilane”.

Don Pavana viene definito come “quel pecione de Porte San Pietro”, la zona che indichiamo come Borgo Bello (da qui l’idea che si trattasse di un benestante). Poiché – sostiene Monti – “è indubitato che questa città possiede un patrimonio dialettale tutto suo, satirico, salace, immaginoso che, presentato sotto la genialissima forma del sonetto, nulla deve invidiare alla bellezza e alla duttilità degli altri dialetti”. Il che equivale a un’orgogliosa rivendicazione della dignità, anche letteraria, della lingua perugina.

Tanto per cominciare, lo stesso Don Pavana scrive una “prefazzione”, con due zeta, appunto. In cui rivendica scherzosamente l’economicità delle sue composizioni “I mi’ sonetti dicon sempre ’l vero / che su la bocca nun ce l’ònno ’l macco / ma dicon bianco al bianco e nero al nero // E chi li vòl comprà: Fiorin dal fiocco / io de sonetti je ne vendo ’n sacco / tutti per poco…Alèh, cinque a bajocco”.

La cura della versificazione, la trascrizione grafica, l’eleganza della forma (accortamente celata dietro un aspetto falso-popolare) dànno conto di un elevato livello culturale dell’autore. Un po’ come nel caso di Ruggero Torelli e di altri borghesi colti e laureati. Eppure, diversamente da loro, don Pavana non imbarbarisce i suoi scritti con termini grevi e materiale linguistico da fuori le mura. Ma scrive in modo ironico ed elegante. Comportandosi, insomma, da perugino verace, ma distinto.

Ultima notazione. Il termine “vassallate” sta per “composizioni ironiche/birbonate”. Non è un caso che il termine “vassallo” (non in senso gerarchico medievale) stia per “ragazzo birbone/dispettoso/briccone/scavezzacollo” (come documenta Giovanni Moretti).

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Un’operazione, quella compiuta da Fabio Versiglioni, che onora la città e la letteratura perugina. Un solo consiglio ai perugini: correte a comprarlo. Altrimenti quell’opera sparirà per un altro secolo e oltre.

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