Jazz Club al Brufani: Danilo Rea offre una performance memorabile

L’ultimo concerto della stagione: una performance di un’ora e mezza difilata, contaminando i generi e incantando il pubblico che stipava la sala

Se Rava sta male, ci dispiace, ma il concerto del Jazz Club, al Brufani, si tiene lo stesso. “Lo sentiremo quest’estate”, annuncia l’ottimo Carlo Pagnotta. E chi c’è venuto non si pente. L’ultimo concerto della stagione: una performance di un’ora e mezza difilata, contaminando i generi e incantando il pubblico che stipava la sala (alcuni sono stati rimandati indietro per incapienza).

Un pianista così non capita spesso. E lo spettatore fa bingo se Danilo Rea suona un perfettissimo gran coda Steinway & sons (da 170 mila euro) di “Piano et Forte”, già prenotato per altri concerti.

Parte alla grande Rea, contaminando i generi e dando sfogo a vecchie passioni: coniuga Beatles e Puccini, “The man I love” di George Gershwin con “Lontano, lontano” di Luigi Tenco. E la gente pronuncia ad alta voce il brano riconosciuto: un bel modo di approvare e condividere. Applaude convintamente anche il tonsor e profumiere Alberto Bottini e strizza l’occhio a chi sa che Danilo Rea è suo abituale cliente.

Il concerto si dipana fra momenti di riflessione e fughe sul pentagramma: il brindisi verdiano e De André, “Tammurriata nera” e “I sogni son desideri”, “Besame mucho” e “Moon River”, gli amati Beatles di “Lady Madonna” e “Leti it be”, fino a “Parole, parole” e “La banda”. Ogni blocco dura almeno un quarto d’ora, inframezzato da qualche parola. Pare che Danilo suoni, più che per il pubblico, soprattutto per sé. Poi Rea scorge un bambino addormentato e gli dedica il bis “sperando di non svegliarlo”. Sulla culla del sonno e sulle ali del sogno, suona “Fly me to the Moon”, “Dormi Bambino”, “I sogni son desideri”. E il bambino continua, placido, il suo sonno.

A metà concerto, Danilo Rea racconta – sebbene uomo di poche parole e… molte note – di quando studiava Bach e poi, improvvisando (come anche ora fa), volava alto fra i cieli del jazz. La mamma, che prima ascoltava, rapita, chiudeva la porta come garbata protesta. Era il suo modo di dissentire. Poi, un giorno, al telefono: “Pronto, sono Mina. C’è Danilo?”. “E la mamma, da allora, lasciò sempre aperta quella porta”. Come ha fatto Perugia: “aperta” per definizione.

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