Tradizioni nostre: alla fiera di Monteluce si rilancia l’artigianato d’arte con le tarsie

Salvare dall’oblio le memorie e gli stili di vita di un tempo. Quando la fretta non era considerata una virtù

di Sandro Francesco Allegrini

In attesa della Festa dell’Assunta, Monteluce risorge. La fiera di domani ricorderà i fischietti, il cocomero, la fiera del bestiame e la colazione al Toppo: retaggi storici e antropologici del tempo che fu. Resterà di certo il basilico gentile, coltivato dalle Clarisse di S. Erminio, e dispensato nell’edicola tra il portale della chiesa e il vecchio Policlinico. Ma ci si aggiorna con la cultura di un book shop (Morlacchi editore) in cui compaiono autori monteluciani, come il grandissimo Carlo Vittorio Bianchi (“Ballata tra due guerre”), o esponenti della letteratura contemporanea in lingua e in dialetto perugino.

Accanto a questo, e a tanto altro, una mostra di prodotti artistico-artigianali di assoluta novità. Tra i quali spicca l’esposizione di tarsie, uscite dal laboratorio dell’avvocato perugino, monteluciano doc, Alberto Stafficci. “Dal foro al traforo”, dicono scherzando i tanti amici venuti ad omaggiarlo. Ma anche a fargli qualche battuta, come quella secondo la quale “le tarsie sono… l’ora d’aria dell’avvocato”.

L’attuale giurista per mestiere, tarsista per vocazione, cominciò da piccolo, inchiodando tavolette per costruire i “carrozzoni” con cui affrontare a scapicollo il discesone di San Giuseppe, dalla Porta Sant’Antonio al curvone di Sant’Erminio. Da chi ha imparato ad intarsiare? Da un anziano falegname che teneva bottega nell’antico ghetto ebraico di via Pozzo Campana, tra l’Arco Etrusco e lo studio legale di Via Bartolo (sì, proprio quel Bartolo da Sassoferrato, “lumen” giuridico dello Studium perusinum).

Le tarsie di Stafficci non sono impellicciatura, ma lastre di legno di tre millimetri, che occorre lavorare di traforo, per ricavarne disegni e ritratti da apporre su lampade, tavoli, librerie, cassapanche. E perfino collane, indossate dalla gentile signora Elsa.

Tra gli altri suoi talenti, il peruginissimo Alberto Stafficci è anche poeta “col dónca”, tanto per restare in tema di civiltà “grifagna”.Le icone di Stafficci sono la bilancia della Giustizia, il suo setter in ferma, l’organo della chiesa di S. Antonio abate, le immagini di famiglia affettuosamente tratteggiate, la Croce.

Immagini in linea col senso vero della ripresa della fiera dell’Assunta. Scopo condiviso con quelli della neonata associazione “Bosco sacro di Monteluce”: salvare dall’oblio le memorie e gli stili di vita di un tempo. Quando la fretta non era considerata una virtù.

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