A Panicale si mettono in mostra le Prospettive della figurazione di Chiacchella

Il tema è proposto nella chiesa del martire narbonense, dove spicca, appunto, il martirio di San Sebastiano, affrescato dal Divin Pittore. L’esposizione-confronto durerà fino al 29 settembre

A Panicale si mettono in mostra le “Prospettive della figurazione”, attraverso le opere di Stefano Chiacchella. Il tema è proposto nella chiesa del martire narbonense, dove spicca, appunto, il martirio di San Sebastiano, affrescato dal Divin Pittore. L’esposizione-confronto durerà fino al 29 settembre.

Figurazione come chiarezza narrativa, frutto di destrezza d’occhio, di cuore e di pennello. La figurazione viene da lontano: è una di quelle modalità solide e “oneste” che non passano mai di moda.

Cosa accomuna l’opera figurativa di Pietro Vannucci e quella di Stefano? Il destino ha voluto che lo stesso luogo natio fosse viciniore: Castiglione del Lago e Città della Pieve, due realtà per certi versi sorelle. Tra influenze lacustri e toscanismi.

Analogie e differenze, percorsi cronologicamente lontani, eppure straordinariamente paralleli. Raffigurazioni religiose (frutto della committenza) le une, narrazioni laicissime e irriverenti le altre, frutto di un carattere decisamente controcorrente. Questa la sfida esegetica affrontata da Claudia Spulcia, critica emergente, e da Guido Buffoni, antico sodale e accreditato studioso delle opere e dei giorni del pittore castiglionese, perugino d’adozione.

Punti di vista, orizzonti, stilemi che s’incontrano, si lambiscono e confliggono, risuonano armonie e stridono dissonanze.

Chiacchella come Perugino contemporaneo? Perché no.

Non è un caso che i cartoni del Perugino riproponessero uniformità nella diversità. Nessuna meraviglia se lo stigma di Chiacchella riproponga corpi vistosi, greche connotative, lettere e frasi che suggeriscono sfide interpretative e letture irriverenti. Un mondo, insomma, quello di Chiacchella, che si propone come intimazione laica alla religiosità del Perugino (“pietas”, si dice, piuttosto falsa e ipocritamente esibita dal pittore pievese).

Però, in entrambi, una trasfigurazione del reale. Modelle bellissime – e forse di dubbia moralità – che diventano Madonne eteree e gentili nell’opera del Perugino. Corpi palestrati e seducenti nelle tele di Chiacchella. E poi, di qua la musica degli angeli; di là le note sparate del jazz, la sensualità che va oltre la sessualità. Avidità e ripetitività ben note, in Perugino. Disinteresse economico e variazione di temi in Chiacchella.

Insomma un accostamento un po’ provocatorio e insolente, come deve essere un agone-disfida. Che dimostra, sebbene in mutate forme, straordinarie somiglianze, o addirittura identità. Mutatis mutandis. S’intende.

Sebastiano, con san Rocco, protettore contro la peste. Chiacchella che vede “come la peste” la banalità dell’informale, quando non è supportata da un’adeguata capacità di figurazione. La figurazione, appunto.

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